—Perchè non si deve accettare per limosina quello che possiamo pretendere per taglia.

—Ah! dunque anche tu vuoi taglieggiare il barone?

—Figuratevi ch'e' sia come carne di fagiano; tutti nella vita vogliono assaggiarne una volta.

—Anche tu vuoi taglieggiare il barone!

E si frugava in seno; ma il garzone presagendo la mala parata, di un salto toccò la porta, e si riparò dietro l'uscio.

—Prendi questo per taglia; e sì dicendo, il Conte scagliava il pugnale contro il ragazzo: questi lo schivò facilmente, e il ferro andò a piantarsi dentro la porta, dove, dopo avere alquanto tentennato, quietò. Allora sbucò fuori, lo staccò senza ira, e sporgendolo verso il conte gli disse:

—Io ve lo conserverò con diligenza, e spero in Dio potervelo rendere quando i miei superiori me lo concederanno.

Il Conte vedendo fallito il colpo, mormorò dispettosamente: ne anche un colpo mi riesce più ad assestare!—E si accostò alla mensa. Se la cura molesta non vi si fosse seduta accanto a lui, per certo il cibo gli sarebbe tornato accettissimo atteso la grande fame che lo travagliava: ad ogni modo prese a tagliare la vivanda, ed accostandosene alla bocca un frammento non potè trattenersi da esclamare «ho fame!…»

Nel medesimo punto, a breve distanza da lui, una voce lamentevole rispose «ho fame!..»

Gli parve illusione; ma nel sollevare lo sguardo ecco li, proprio seduto a mensa dirimpetto a lui, gli apparisce uno spettro pallido, lungo, orribilmente scarno, con occhi spenti a guisa di pesce morto, il quale, poichè l'ebbe fissato in volto, gli parve che presentasse, e presentava certo le sembianze di Olimpio. Il Conte, tenendo il braccio sospeso fra il desco e la bocca, prese a dire: