Il Conte, comecchè nel corpo si sentisse infranto da potere appena trarre il fiato, e nell'anima avvilito, pure per abito, più che per intenzione di scherno, favellò fiocamente:

—Poichè tu sei, per quanto io credo, il primo corriere che il diavolo manda in questo mondo, fa' di darmi notizie dello inferno…

—Le vuoi?… Porgimi la mano…[2]

E siccome il Conte nicchiava, la larva irridendo riprese:

—Ha paura il conte Cènci?

E quegli gliela porse. Allora la larva stese lo indice della destra, e lo appuntò in mezzo alla palma del conte. Come dalle torcie di bitume sorrette obliquamente gocciolano stille infiammate, le quali cadute sul terreno continuano ad ardere finchè non si consumino, così dal braccio della larva scaturirono bolle di sudore di fuoco, che stridendo si precipitarono giù pel dorso della mano, e pel dito sopra la palma del Cènci. Urlò questi; e non potendo sopportare l'ambascia, volle ritirare la mano per iscuoterne il fuoco, ma non potè; chè la larva gliela tenne ferma dicendo:

—Ricevi le stimate del demonio, vecchio ribaldo.

E il Conte, mugolando per l'insoffribile crucciato, svenne da capo.

—Non ne può più, esclamarono le larve; lasciamolo a mordere la terra;—e sì parlando si dileguarono con grandissimi scrosci di risa.

Umana, o divina, cotesta vendetta pungeva acerba davvero, e per quello che sembrava eravamo al principio…