Lungamente stette privo di sensi il mal capitato conte. Quando con un sospiro tornò in se si sentiva, a refrigerio delle angosce che durava, detergere da mano soccorrevole il sudore della fronte, e con abluzioni di acqua fredda temperare la vampa della febbre che gli ardeva le vene: aperse gli occhi, e gli apparve cosa più delle altre stupenda.
Beatrice, la sua figliuola, sedutagli al fianco sopra le foglie, che dopo avergli lavato la faccia e fasciato le ferite s'industriava a farlo rinvenire. Le sembianze angeliche della fanciulla spiranti pietà, e il dolce atto di amore avrebbero persuaso i più tristi e villani intelletti, lei essere mossa da impulso dolcissimo di carità; e non pertanto il Conte nell'anima malvagia immaginò subito che la sua figlia fosse complice dei suoi persecutori, e quivi venisse a rampognarlo dei casi passati, e a godere del suo trionfo. Beatrice, tostochè lo ebbe scorto ritornato in se stesso, gli si accostava all'orecchio, e con voce soave gli domandò:
—Vi sentite la forza di reggervi in piedi, Padre mio?
E siccome egli si apparecchiava a risponderle, ella prontamente soggiunse sommessa:
—Non parlate, no… accennate col capo.
Il Conte accennò sì. La fanciulla riprese:
—Signor Padre, bisogna che vi aiutiate con ogni sforzo;—qui ci vuole diligenza davvero, perchè io non solo dalla carcere intendo condurvi alla libertà, ma dalla morte alla vita.—
Potenti suonano sul cuore della creatura umana le parole di libertà e di vita; imperciocchè il Conte, malgrado gli acerbi patimenti, fosse tosto in piedi, esprimendo col moto di tutte le membra: «andiamo!»
Lasciata la caverna entrarono in una seconda molto più spaziosa della prima, e quivi, in mezzo alle masserizie rubategli sparse a rinfuso per terra, vide, al chiarore incerto di lumi ottenebrati da densa caligine, forse quindici o venti banditi addormentati quale steso sul pavimento, quale appoggiato alle tavole. Quantunque egli usasse infinito studio a camminare reggendosi sul braccio di Beatrice, pure, andando com'ebbro per la debolezza e il dolore, investì dentro una tavola, e rovesciò un vaso di terra, che cadendo si ruppe strepitosamente. Gelò di terrore, che taluno si muovesse; ma girando gli occhi intorno vide Olimpio e l'odiato garzone oppressi dal sonno, e vide eziandio la fiasca dello keres col collo rivolto in giù sopra la tavola.
—Ah! bevvero il mio vino medicato. Tardi si sveglieranno… qualcheduno mai più;—e lasciava il braccio di Beatrice.