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Dopo lungo sonno i masnadieri si svegliarono. Orazio fu il primo a dire:
—E' pare che abbiamo legato l'asino a buona caviglia: questo maledetto vino mi ha come impiombato il sangue nelle vene. Vediamo un po' che cosa si ha da fare del nostro prigione: a me sembra che quando avesse su l'anima anche il doppio dei peccati, ch'egli ha commesso, meriterebbe ormai assoluzione plenaria.
—Sì, rispose Marzio, egli è tempo che noi gli celebriamo la messa di requiem.
—Adagio ai ma' passi; prima del requiem bisogna cavargli di sotto qualche cosa, come sarebbe un ventimila ducati…
—Sicuramente, riprese Ghirigoro, lo strazio che ha sofferto basta; e non potremmo rinnuovarlo senza che ci restasse fra le mani.
—Davvero, continuò Orazio, io credo avergli sfondato lo stomaco col manico del pugnale, che mi ero adattato sul petto; ed anch'io mi sento indolenzito, perchè lo stringevo con rabbia, e con paura: ve' come sono concio da quella criniera di cavallo insanguinata; il sangue della vescica mi ha imbrodolato tutto, e mani, e seno, e braccia…
—Io ti so dire, riprese Olimpio, che senza le tue candele non saremmo venuti a capo di nulla; come mordeva il tristo vecchio! Per certo ha da avere il diavolo in corpo. Deh! Orazio, dì, o come hai fatto a comporre coteste tue infernali candele?
—E' sono segreti, che a me per impararli costarono spesa e fatica. Uno astrologo Armeno, in Venezia, per insegnarmi la ricetta volle che io gli contassi cinquanta ducati di oro…
—Non ti credevamo avaro, Orazio. Se pretendi essere rimborsato, ti renderemo i ducati; ma fra noi ogni cosa dovrebbe essere comune…