Beatrice mette un gemito, apre languidi gli occhi… Dio del cielo! non è illusione adesso… gli ferma nel volto dello amante desiderato. L'Amore con le mani di rosa schiuse i suoi labbri al più gentile dei sorrisi—ma cadde su l'anima dello amante come sopra statua di bronzo… egli la fissò inferocito, e col pugnale grondante le accennò il caduto.
Il sorriso morì su i labbri di Beatrice siccome muore il bacio, che sul punto di svegliarci mandiamo ad una visione notturna. Pure la donzella non conosce ancora tutti i misteri di cotesta notte scellerata. Chi è mai quel caduto, e che fa? Egli tiene riversa sul terreno la faccia, non fiata, e scarso là giunge il raggio della lampada. Beatrice ha già mosso le labbra per interrogare; Guido ha scorto, comunque visibile appena, cotesto moto, e lo ha temuto… guarda lei… guarda il moribondo;—ella segue con gli occhi lo sguardo di Guido sul caduto,—poi torna a sollevarli su l'amante… egli è sparito…
Una luce funesta ha balenato su l'anima di Beatrice. Immemore del verginale decoro ella balza dal letto, e non rifugge, o non sente di lordare il piè nudo nel sangue, di cui è inondato il pavimento. Appoggia le mani su i capelli del moribondo,—gli volge la testa… è suo padre!—-
Egli agita lieve lieve la bocca nelle estreme convulsioni; i suoi occhi stanno orribilmente fissi nella immobilità della morte. Beatrice si rialza, come molla che scatti, con le braccia tese, curva alquanto della persona, impietrita di spavento: pareva percossa da catalessìa. Gli occhi del Conte si dilatano, si avvivano—mandano uno sguardo lungo—poi diventano colore del piombo… si spengono… è passato.
La mano della Necessità, di cui le dita erano rabbia, spavento, amore, furore, e pietà, tese orribilmente l'arco della intelligenza di Beatrice; e se non lo ruppe, lo stupidì. La fanciulla, immemore di se, stava ferma senza pensare, senza sentire.—Guido, come lo agita il demonio, scende tempestando le scale, traversa la sala dove si trovavano raccolti la signora Lucrezia, Bernardino, Olimpio e Marzio; e, scagliato lungi da se il coltello sanguinoso, grida:
—È morto!—È morto!
—Perchè non lasciaste a noi la cura di saldare i nostri conti vecchi col Cènci?—interrogava Olimpio.
E Marzio, freddo, soggiunse:
—Questo è caso da assicurarcene bene[7];—e s'incamminò verso la prigione.
—Singolare natura umana!—Marzio, capace di ammazzare il Conte con la medesima devozione con la quale avrebbe recitato il rosario, appena ebbe visto la nudità della donzella si ritrasse verecondo, scese, e ne avvisò sommesso la matrigna; la quale, superando il ribrezzo, si attentò di entrare nella stanza del delitto. Si fece presso a Beatrice; la chiamò a nome; la scosse; e non ottenendo da lei risposta alcuna, la ricoperse con la zimarra caduta al Conte, e presala per mano la trasse via. Ella lasciò condursi, non oppose resistenza alcuna al lavacro dei piedi insanguinati, alle fregagioni di aceto, allo adagiarla sul letto: guardava stupida, e non profferiva parola. Conobbero essere necessario cavarle sangue; ma non possedevano arnesi adattati, e il modo di adoperarli ignoravano: chiamare il barbiere parve pericoloso, e si rimasero.