—Ma vi par egli, incominciò Olimpio, che sia tratto da buoni compagni lasciarmi senza un baiocco da far cantare un cieco? Mi avete salvato da morire di fame per farmi poi morire di sete?

—Olimpio vi ho detto le mille volte, che quando vi piace veniate a casa mia chè il mangiare e il bere non mancano; ma che vogliate dar fondo anche ai miei pochi danari in vino, in giuochi, e in altri, che io non vuo' dire, più brutti vizii; questo è quello che io non vi consentirò mai. La vostra parte voi l'avete riscossa; io vi ho reso i conti, e vi ho mostrato, che io sono in credito meglio che di duegento ducati; nè voi lo avete potuto negare. Ora, qual diritto pretendete sopra i miei danari?

—Voi mi avete insegnato, che la mancanza di diritto pei banditi e pei soldati, ed anche pei grandi signori, non è buona ragione ond'essi si astengano, quando capita, da prendere la roba altrui.

—E sta bene; ma io parlava di diritto, e non di forza; ed io di forza ne ho quanta voi. Ora, quando le forze si bilanciano, voglionsi mettere le mani alla cintura, e aprire alla lingua l'uscio di casa.

—E la lingua non fa peggiore piaga delle mani? Dove hanno la loro forza l'aspide e la vipera?—L'uomo qualche volta rassomiglia l'aspide.

—Lasciate pure da parte il qualchevolta, e dite addirittura, che l'uomo si assomiglia all'aspide… ed io lo so, e l'ho provato.

—Specialmente nei luoghi dove, come in Napoli, governa un Vicario criminale con facoltà amplissima di scuoprire delitti concedendo taglie, e remissione di pena ai complici delatori…

—Di questa sorta vicarii ce ne ha per tutto il mondo; ma senza i delfini che menano perfidamente i tonni, le reti si tirano su vuote.

—E la disperazione voi sapete, Marzio, fa gli uomini spesso peggio che delfini; gli rende pesci-cani.

—Ho capito,—pensò fra se Marzio, e poi con voce blanda riprende: Olimpio, Olimpio! certe parole ho inteso dal biscazziere, che mi fanno temere forte non abbiate commesso qualche solenne imprudenza;—e allora saremmo rovinati io, e voi…