—Sì veramente! Nascemmo ieri…

—Non v'infingete, Olimpio, perchè potrebbe darsi che il segreto non fosse più mio nè vostro, e a me è toccato sempre rammendare i vostri strappi: pensate che ne va la vita.

Olimpio fece lì su due piedi un poco di esame di coscienza, e pur troppo conobbe che Marzio aveva ragione; però essendosegli cacciata addosso una bella paura, proseguì a parlare con tronchi accenti:

—Ora che mi risovvengo bene… davvero… Marzio mio… bisogna che mi aiutiate a raccattare una maglia… ma che volete? Avevo una stizza addosso!—Insomma… mi è sdrucciolato… giù dalla bocca… qualche cosa… da far credere… sospettare, che noi fummo insieme ad ammazzare il Conte Cènci…

—Burlate voi? Allora noi siamo perduti…

—No… dico da senno… ma quelli, che mi hanno sentito, paionmi tutte persone dabbene. Nondimeno, se io non avessi parlato… o se vi fosse modo a far sì, ch'essi dimenticassero… o alla più trista che non potessero più parlare…

—Come? Alle lettere si mette un sigillo di cera di Spagna: alle labbra conviene apporre un sigillo di piombo a mo' delle bolle di Sua Santità…

—Eh! potendo sarebbe la strada più breve… ed anche di ferro potrebbe fare al caso.

—Lo credo anch'io;—disse Marzio, e guardò sott'occhio Olimpio; ma gli parve ch'ei stesse su le parate: tese l'orecchio, e non sentì muovere alito nella contrada, imperciocchè faccia più rumore il polso di un tisico battendo, di quello che menasse il biscazziere co' suoi saltetti misurati. Intanto giunsero davanti a un tabernacolo della Madonna ove ardevano due lampade. Olimpio, che camminava a mano manca di Marzio, sollevò la destra per cavarsi il cappello davanti la devota Immagine; e Marzio, colto il destro, si volse improvviso sul fianco sinistro, e gli cacciò lo stile fino alla impugnatura nel ventre. Olimpio stramazzò gridando:

—Marzio, che fai?—O Santa Vergine, aiutami!