Inesplicabile cosa è pure questo nostro cuore! Marzio fino a quel punto, non badando ai discorsi del vicario, stava immerso nel pensiero di darsi la morte. Ora venendo ad un tratto a posare l'occhio consapevole sopra cotesti grotteschi sembianti, udendo il garrito della femmina, e la cagione del garrire, così forte si sentì preso dalla convulsione del riso, che proruppe in altissimo scroscio. Il Bargello, di cui le labbra stavano ordinariamente chiuse come le sue manette, non potè nemmeno egli trattenersi da ridere; ma frenato dalla paura si nascose dietro Marzio, e, mettendosi un pezzo di falda fra i denti, ebbe la buona sorte di non essere udito nè visto dal vicario. Se il Vicario venisse in furore non importa che io dica: tenne cotesto riso irriverente alla sua autorità, ingiurioso alla sua figura, alle sue parole offensivo, un crimenlese universale: insomma un delitto connesso, complesso, e per di più continuato[5]. Lasciata da parie la tazza della cioccolata (chè, degl'istinti dello animale di rapina, spenta la voracità prevaleva in lui la smania d'insanguinare gli artigli) con la bocca tutta ingrommata gridò:

—Ah! cane traditore, marrano! Tu ridi, eh? tu ardisci ridere davanti la veneranda maestà del Vicario della gran Corte criminale di Napoli? Or ora, aspetta, che ti farò ridere di miglior cuore, e con motivo più giusto: poichè ti vedo disposto al giuoco… sta lieto… io ti farò ballare co' borzacchini ai piedi e acconciature in capo, che sono una festa. Capitano Gaetanino, su, da bello, traducetemi questo furfantissimo nella stanza delle prove, e apparecchiate tutti gli arnesi quoad torturam preparatoriam usque ad mortem, col gran trespolo, la capra, i tassilli, le cordicelle, insomma ogni cosa, e per benino.

Senza compassione,—imperciocchè nel deserto dell'anima del bargello cotesto pozzo non venisse mai scavato,—o se scavato una volta, da tanto tempo lo aveva riempito, che qualunque traccia gli era ormai scomparsa perfino dalla memoria—senza compassione dunque, ma con tristezza, egli calcolò con quanti strappi angosciosi, con quanto stritolio di ossa avrebbe dovuto quel misero scontare il riso, forse ultimo, che gli era comparso sopra le labbra. Appena il Bargello e Marzio uscirono dalla stanza, il Vicario, vano quanto iniquo, si provava a scaricare la umiliazione sopra la moglie. A simile intento, con aria di rimprovero incominciò favellando alla donna:

—Carmina io ve l'ho detto le mille volte, che a voi non conviene entrare colà dove non vi spetta. Ora, vedete che cosa n'è avvenuto? Cotesto ribaldo, viscere mie, vi ha preso a scherno, mancandovi sconciamente di rispetto.

—Di me?—rispose la donna con profondissima convinzione.—In verità io credo che sbagliate, e ch'egli abbia riso di voi, cuore mio dolce.

—Di me?—Come di me? Egli ci avrebbe pensato due volte… e si alzò, appoggiandosi ai bracciuoli del seggiolone, mordendosi le labbra.

—Mi pare ch'ei non ci abbia pensato nè manco una, gioia mia: in quanto a me, la Dio grazia, non sono ancora tale;—e così favellando si volse ad uno specchio contornato di larga cornice di ebano appesa in cotesta stanza. Il vetro era verde, come per ordinario a quei tempi si fabbricava nelle officine di Murano a Venezia, e l'umido della muraglia, squagliato il mercurio, ne aveva fatta rifiorire tutta la foglia. La natura veramente con madonna Carmina si era comportata peggio che da matrigna: aggiungete gli anni, parecchie infermità, che non importa dire quali, e il matutino disordine; e, come se tutto questo non fosse anche troppo, il vetro traditore verde, e rifiorito, si mise a parteggiare pel vicario. Ella vi si contemplò dentro, e conobbe in coscienza di non poter sostenere il constrasto. Caso unico, io credo, così nelle antiche come nelle moderne storie: conciossiachè nelle femmine la vanità sopravviva alla bellezza come il fosforo dura a brillare nella notte anche dopo la morte della lucciola. Il Vicario uscì trionfante, però evitava la prova dello specchio: se vi si fosse sottoposto si sarebbe per avventura convinto, che Marzio aveva riso di ambedue.

Seduto davanti ad una lunga tavola, avendo dall'uno e dall'altro lato due notari, e alla sua presenza schierati tutti gli arnesi della tortura, lo egregio vicario ostentava la fierezza di Scipione Affricano, che monta al Campidoglio in mezzo alle insegne dei popoli debellati. Pende dai suoi cenni il boia, ed ai cenni del boia stanno attenti due valletti… così è: l'apice della gloria umana si tocca, e presto; per la infamia non vi ha scandaglio che basti. Inferno senza fondo è questo nostro civile consorzio: anche il carnefice ha i suoi subalterni.

Marzio stava costà come trasognato. Il Vicario gli lanciò addosso uno sguardo di sfida, quasi volesse dirgli: «or ora vedremo se riderai».

Un notaro intanto veniva interrogando il bandito sopra le sue qualità, e circostanze del misfatto, che gli avevano apposto. Cessate le domande, il Vicario le lesse; e fattone come un sunto per sovvenire alla sua memoria, volgendosi con mal piglio allo sciagurato favellò: