—Sì; ma vi ho detto che non può pareggiare mai la importanza di quello che tiene adesso per le mani il serenissimo Vicerè duca.
Il criminalista, con un ghigno derisorio, disse al cortigiano:
—Salvo onore, o come fate voi a indovinare il negozio che qui mi conduce?
E il cortigiano, con sorriso punto meno fino, pronto alla parata, rispose:
—Non conosco il vostro, sibbene quello del Vicerè, a cui pochi possono andare pari, superiore nessuno.
Ed il criminalista dall'arguta risposta si trovò capovoltato.
Ora ecco il negozio, che in quel momento teneva occupato il potentissimo Duca di Ossuna. Sua Eminenza il cardinale Zappata (quel desso donde nasce il proverbio, che predicava bene, e razzolava male) gli aveva mandato in dono da Madrid un magnifico pappagallo, ed egli si sollazzava con quello: non già che don Pedro fosse un perdigiorno; tutto altro: aveva fama di solertissimo nelle faccende di stato, e veramente era: ma tanto è, in quel momento gli era saltato per la testa il ticchio di divertirsi col pappagallo, e non voleva in cotesta ora essere infastidito. D'altronde l'arco sempre teso si rompe, ed un po' di sollievo giunge accettissimo agli spiriti più irrequieti.
E' fu mestieri che si rassegnasse il buon vicario ad esporre il motivo della sua venuta al segretario, il quale accolse il racconto con mediocre premura, e a mezzo discorso gli tolse le carte di mano, e, voltegli le spalle, disse: «ho capito!»
Il segretario entrò improvviso, e sorprese il Vicerè che insegnava al pappagallo… che cosa mai gl'insegnava? Una parola spagnuola, che verun gentiluomo vorrebbe profferire, e nessuna gentildonna ascoltare… quantunque, pronunziata dal pappagallo, ecciti la ilarità delle donne e talvolta ancora il rossore; sicchè esse si celano la faccia dietro al ventaglio,—talune per sentire, talaltre per fingere di sentire vergogna.
Questo don Pedro (sussurrava la fama) in fatto di costumi e di religione procedeva più rilasciato, che non consentivano cotesti tempi; e fra le tante si narra questa di lui. Visitando a Catania, in compagnia della Duchessa sua moglie, la chiesa di Sant'Agata, gli porsero a baciare le mammelle di cotesta santa, conservate con grandissima venerazione colà. Postesi pertanto in ginocchio, prima di baciarle si volse ridendo alla Duchessa, dicendole: «donna Caterina, senza gelosia»[8]. I preti lo predicavano infetto di eresia; e fra le altre accuse, messegli davanti al Re di Spagna, vi fu quella di seguitare i riti della religione maomettana. Al Vicerè increbbe essere colto in quel punto, e si voltò con cera sdegnata al segretario, che, pilota sagace di corte, vista la marina turbata, non sapeva a qual santo votarsi. Non gli soccorrendo consiglio migliore, si accostò al pappagallo; ma questo, impaurito, gli dette di becco nella mano, e gli stracciò la carne. Il segretario sotto voce mormorò: