—Benedetto prezzemolo! E a voce alta: magnifico, bellissimo pappagallo!…
Ma il Vicerè, stizzito, lo interrogò con voce severa:
—Ynigo, chi vi ha chiamato?
Il cortigiano, a sua posta stizzito, se la rifece col vicario rispondendo:
—Serenissimo! Il Vicario criminale, che, salvo onore, è più fastidioso del fistolo, tanto rumore ha mosso nell'anticamera urlando trattarsi della salute del Re e della sicurezza dello Stato, che mi fu forza, onde non irrompesse fino a Vostra Serenità, torgli queste carte di mano, e presentarvele per liberarvi dalle importunità sue.
—Sappiamo a prova, disse il Vicerè con signorile alterezza e porgendo là mano per ricevere le carte, negarsi a noi quello di cui gli altri uomini hanno copia;—un momento di riposo. Informate, don Ynigo.
—Serenissimo! Un bandito dello stato romano nella decorsa notte ha ucciso proditoriamente certo suo compagno presso il tabernacolo della Madonna del Buonconsiglio: arrestato stamane, confessava su i tormenti. Il Vicario, considerata la confessione spontanea, sarebbe di avviso si condannasse a morte senz'altra procedura, per frenare gli omicidi e i ladronecci, che incominciano a parere già troppi anche al signor Vicario.
—Ed è questo il motivo per cui mi siete piovuto in camera fragoroso e improvviso, come palla di bombarda briccolata in cittadella nemica?
—Serenissimo! si degni rammentare che la colpa non viene dalla palla, bensì da cui la manda.
—Voi non avete mai colpa, assomigliate gli assistenti dei sagrifizi di Giove, dei quali l'uno scaricava su l'altro il fallo del bove ammazzato; sicchè la pena toccava finalmente al coltello, che, innocentissimo, pagava per tutti.