CAPITOLO XXII.
LA TORTURA.
Barbarigo «Egli non versò una lacrima.
Loredano «Due volte gridò.
Barbarigo «Un santo lo avrebbe fatto anche con la corona celeste davanti gli occhi, se fosse stato sottomesso a così barbara tortura; ma egli non chiese misericordia… quei gridi non avevano nulla di supplichevole; glieli svelse il dolore, e non furono seguitati da veruna preghiera». BYRON, I Due Foscari.
Beatrice amava il sole di autunno, i raggi del crepuscolo, e le ombre lunghe dalla parte di occidente. Spesso, in compagnia della cognata donna Luisa, che aveva appreso ad amare come sorella, e reverire qual madre, si piaceva aggirarsi per le strade di Roma seguita dall'uomo nero[1] e da due o più staffieri, giusta il costume delle patrizie romane. Certo giorno, andando esse, secondo il consueto, a diporto, riuscirono alla piazza Farnese: quinci proseguendo per la strada della Corte Savella giunsero nella via Giulia: a metà di questa gli occhi di Beatrice si fermarono sopra una fabbrica di apparenza lugubre; nera, vastissima, senza finestre od altre aperture tranne la porta, bassa per modo, che non fosse dato ad uomo passarla se molto non si chinasse con la persona[2].
Sopra lo stipite della porta un Cristo condotto in marmo di mezza figura apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente, trasportato là dentro, queste parole: «Quando l'angoscia del patire ti vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io soffersi; se colpevole, considera che in qualunque momento tu mi volga il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno».
Contristava il cielo un vapore umido dello scilocco, e l'aere denso uscendo dal Tevere investiva la fabbrica tutta; sicchè dalle buche, lasciate nelle pareti per inserirvi al bisogno le travature dei ponti, filtrava lo stillicidio in forma di aguglie. Beatrice stette a considerare cotesto lugubre edifizio; e saputo essere quello la prigione della Corte Savella, lieve percosse sul braccio alla cognata, e favellò:
—Non ti pare, che pianga?
—Chi?