Quel, dopo molti preghi, dalle chiome
Si levò l'elmo, e fè palese e certo
Quel che nell'altro canto ho da seguire,
Se grato vi sarà la storia udire.
Ora basta, disse donna Luisa riposandosi; qualche altro sottentri.
—Deh! in grazia Luisa, la supplicava Beatrice, continua; chè con la tua voce deliziosa tu fai all'Orlando quel medesimo officio, che fa la bella vesta alla bellezza: Chè spesso accresce alla beltà un bel manto, per dirla col tuo Ariosto.
—Lingua dorata! E sì, e sì che avresti a sapere essere la lusinga peccato, ed anche dei grossi. Non in virtù delle tue lodi pertanto, bensì per lo amor che ti porto mi fia grato compiacerti in questa come in ogni altra cosa, ch'io possa.
Adesso come familiarissimo di casa, senza farsi annunziare, pone il piede su la soglia della porta della sala un giovane di bella sembianza, in abito prelatizio colore pagonazzo, dall'occhio azzurro, dalla chioma bionda: non salutò, ma quivi fermo e taciturno si pose a considerare quel gruppo di teste, maraviglioso argomento pei pennelli fiamminghi, che in quel tempo erano in fiore,
E donna Luisa, non avvertendo il sopraggiunto, con voce vibrata continuava:—Canto sesto.
Miser chi male oprando si confida
Che ognor star debba il maleficio occulto;
Chè, quando ogni altro taccia, intorno grida
L'aria e la terra stessa in ch'è sepulto:
E Dio fa spesso che il peccato guida
Il peccator, poichè alcun dì gli ha indulto,
Che se medesmo, senza altrui richiesta,
Inavvedutamente manifesta.
Il Prelato questo intendendo stette per ritirarsi inavvertito com'era venuto, ma gli parve malagevole farlo; e poi don Giacomo non gliene dette campo; però che alzata la testa lo vedesse, e gli gridasse:
—Ben venuto, Guido nostro…
—Qui si fa accademia: avvertite, di grazia, che in Roma non vanno a finire bene siffatte accademie letterarie; e Pomponio Leto informi[3].