Intanto costui in questa guisa ammoniva Guido:
—Domani manderò fuori delle porte qualcheduno dei nostri, per vedere se vi fossero nuovità. Voi vi raderete barba e capelli; vestirete i nostri panni, ed anche dei peggio: vi tingeremo con certe erbe la pelle, e v'insozzeremo con la polvere di carbone in maniera, che voi non ravviserete più voi stesso. Qui fra noi abbiamo un compagno che zoppica; egli v'insegnerà a imitarlo nella voce e negli atti. Domani, appena farà giorno, ve ne andrete con due somari a vendere carbone per la città: se vi chiamano per comprare, poche parole bastano; che le balle ragguagliano le duegento libbre, e il prezzo è fermo a mezzo scudo per balla: anzi potreste recare in bocca qualche pietruzza, fingendo masticare; in questa maniera le gote si gonfiano, e meglio rimanete trasformato. La gente vi torrà in iscambio dello zoppo; ad ogni modo si assuefarà alla vostra vista, e così spero, con lo aiuto di Dio, condurvi fuori a salvamento.
Siccome fra gente di simile natura i fatti abbondano più delle parole, in breve per opera del carbonaio Guido venne trasformato nella guisa ch'egli aveva detto; ed alla mattina il bellissimo fra i gentiluomini romani fu visto, in sembianza di laido carbonaro, aggirarsi per Roma vendendo carbone, recandosi in mano pane nero e cipolle, che fingeva masticare; di tratto in tratto gridava con accento aquilano, e ranchettava stupendamente. Tanto bene insegna, e in breve tempo, il pericolo!
Giunto il giorno prefisso i carbonari uscirono senza ostacolo di Roma, e Guido con essi. Per via occorsero nella squadra della corte, che tornava da perlustrare la campagna; e taluno di loro avendo interrogato il bargello, come fra gente amica si costuma, che nuove ci fossero, n'ebbe per risposta: «Uscimmo per caccia di pelo, ma ha fatto la BELLA; e a questa ora neanche caramella la pizzica».
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Le carrozze che conducevano la famiglia Cènci fermaronsi. Aperta quella nella quale stava chiusa Beatrice, le venne ordinato di uscire; e mentr'ella, obbedendo al comando, poneva il piede sopra del montatoio, al chiarore vermiglio dei lampioni che il carceriere ed i serventi portavano, s'incontrò di faccia a faccia col Cristo di marmo, da lei poche ore innanzi avvertito sopra le porte del carcere della Corte Savella. Gli volse la desolata ambe le braccia, esclamando nella effusione del cuore:
—«Mio Dio, abbiate misericordia di me!»
E scesa, curvò la persona varcando la porta della prigione… vera forca caudina del pianto! Quando volse il capo per rivedere i suoi essi già erano tratti lontano, e tra lei e loro intercedeva un'onda di armati: come naufraghi divisi dalle onde si rimandarono scambievolmente il saluto con un grido, che rimbombò doloroso di corridore in corridore per cotesta immensa prigione.
A Beatrice fecero percorrere lunghi anditi, salire e scendere scale; poi in fondo di una stanza a volta apersero un uscio e la cacciarono là dentro: subito dopo richiusero l'uscio con impeto, trassero il catenaccio, a doppia mandata girarono la serratura, ed ella si trovò al buio in luogo freddo ed umido; inferno vero di vivi. Non mosse piede; da qual parte volgersi non sapeva: le tornarono a mente certe storie udite raccontare di trabocchetti, mediante i quali, a quei tempi meno ipocriti, non meno scellerati dei nostri, si toglievano di mezzo le persone, che non si ardiva condannare o perchè incolpevoli, e nondimanco odiate, o perchè troppo potenti. Ella ebbe paura, e si tenne ferma presso alla parete.
Allo improvviso ecco col solito strepito si spalanca il carcere, e irrompe dentro una turba di laida gente affaccendata a portare acqua, e taluni grossolani arnesi accomodati alle prime necessità della vita. Non le proffersero conforto, non le dissero parola; tornarono carcerieri e serventi com'erano venuti, chiudendo fragorosamente la porta.