Beatrice aveva scorto da qual parte stesse il pancaccio; colà si condusse tentoni, e sopra la estrema sponda inferiore si pose a sedere nello atteggiamento della statua della Scoltura che ammiriamo al sepolcro del divino Buonarroti; e quivi si rimase assorta in quiete dolorosa. Ad un tratto trasalì, percossa da orribile rovinìo sopra il capo: intende gli orecchi, e parle che muova da imposte chiuse e da catenacci violentemente tirati. Assicuratasi che non era per uscirne peggio, si acquieta; quando di nuovo venne schiusa la porta del carcere, e gente come la prima volta affaccendata recò pagliericcio, coperta di pelo, ed altri arnesi, e come la prima volta se ne andò villana, o feroce. Allora Beatrice giacque sul pagliereccio senza voglia di nulla, rifinita di forze, stupidamente impassibile; chiuse gli occhi, ma non dormì: il suo cuore era oppresso, e non trovava la via di sfogarsi, quantunque le lacrime le sfuggissero dalle palpebre non piante, ma chete chete, come vena di acqua che spicci di sotto a un sasso. La facoltà pensante, quasi sole senza raggi, le stava fissa nel mezzo della fronte inerte, e tuttavia ardente. In arroto di spasimo sentì per la intera notte un rammarichìo a mano a mano più fievole di persona che si doleva, e le parve ancora udire, e udì certo, le preci degli agonizzanti: nè punto s'ingannò, imperciocchè nella cella accanto alla sua in cotesta notte passasse a vita migliore uno sciagurato prigione per male di asma. Una malignità suprema, od una stupidità di mente da non temere paragone in terra o in inferno, aveva presieduto all'ordinamento di cotesta carcere; conciossiacosachè, quasi fossero poche le riferite tribolazioni, dieci battagli battessero nel bronzo, e più nel cranio della povera Beatrice, i mezzi quarti, i quarti delle ore, e le ore intere: nella dodicesima ora furono percossi centosessanta tocchi; e v'era da diventarne matti. Più tardi, quando Beatrice domandò per quale causa menassero così increscioso scampanìo, udì rispondersi placidamente: in primis, che così aveva ordinato il Soprastante delle carceri; e subitochè il soprastante l'aveva ordinato, la sua ragione ci aveva da essere; e poi, che in quanto al fracasso il soprastante aveva osservato che i detenuti ci si abituavano, e che le campane alla lunga la vincevano sempre sopra i nervi degli uomini. Nè qui finiva lo strazio: allorchè, dopo tormentosa vigilia, gli occhi di Beatrice incominciarono a chiudersi sul fare del giorno, tre campanelli presero a suonare a distesa, e subito dopo tenne loro dietro lo insopportabile strepito di trecento e più catenacci tirati, altrettante porte spalancate, e l'odioso fragore della moltitudine delle chiavi cozzanti fra loro. Quindi si levò una nenia lugubre di voci discordanti, le quali stridevano le litanie su la musica della sega scuffinata a suono di lima, o di marmo raschiato; e cessate le litanie, da capo i trecento usci chiusi, i trecento catenacci tirati, e lo squasso dei mazzi delle chiavi. Queste cose accadevano fra tenebre fittissime, per modo che Beatrice ignorasse se avesse perduto la vista, o se a buio perpetuo l'avessero condannata. A torla dal dubbio indi a breve la spaventa un rovinìo sul capo, e subito dopo un cotal poco di luce grigia si mise nel carcere. Recatasi, tra stupida e atterrita, a sedere sopra il giaciglio specola il luogo dove l'avevano rinchiusa: era una cella quadrilatera, lunga, e larga fra sei passi e sette, di soffitto altissima, terminata a cuspide ottusa: nella parte superiore aprivasi un pertugio sbarrato da grosse bande di ferro, donde però non si contemplava il firmamento, chè andava a sboccare in certa maniera di abbaino, il quale prendeva luce da una finestra per traverso. In cotesto macello di carne umana un meriggio di agosto appariva come un vespro nel mese di dicembre, e un vespro di dicembre come l'Ave Maria della sera nelle terre boreali. Allora Beatrice conobbe due cose essere senza misura nel male: lo inferno nella vita futura, e la perversità dell'uomo nello escogitare trovati capaci a tribolare il proprio simile nella vita presente. Piegò vinta la faccia pensando ai destini di questa razza feroce, la quale si vanta creata ad immagine di Dio[6].
Lei misera, che delibava appena il calice del dolore!
Più tardi le portarono pane nero, vino di agresto, e una broda nauseabonda ove galleggiavano frusti di carne grassa e di erbe. Si attentò ancora guardare in faccia i carcerieri. A quale razza di bestie spettassero costoro, chi lo può dire? Uno di essi rassomigliava al geroglifico egiziano, che presenta forma di uomo, e capo di sparviere; un altro pareva un pomodoro fradicio imbrattato di calcina, così lo aveva concio nella faccia l'erpete maligno inasprito dalla perpetua ubbriachezza: invece di occhi tu avresti detto che tenesse in fronte coccole di cipresso, tanto elli apparivano duri, e senza sguardo: gli orecchi poi erano un vero laberinto della pietà, dacchè i gemiti degli afflitti o vi si perdevano, o vi restavano divorati da bestia più crudele del Minotauro, voglio dire dall'anima malnata di costui. Di rado accade che nelle cose belle, per quanto leggiadrissime esse sieno, le parti armonizzino perfettamente tra loro; ma in questa trista carcere tutto accordavasi, così uomini come cose, con istupenda corrispondenza. Il brutto e il cattivo occorrono in natura troppo più copiosi del bello e del buono.
Come talora, per giuoco, facciamo passare sopra la buia parete una serie di figure spaventevoli o grottesche, in quel giorno davanti agli occhi maravigliati di Beatrice dovevano fare la mostra stranissimi aspetti. Preceduto dal solito scatenìo, mezza ora dopo che costoro erano spariti, ecco entrare nel carcere un uomo molto lindamente abbigliato, con certi orecchioni a guisa di conchiglia marina, camuso il naso, le labbra grosse e sporgenti in fuori come quelle della scimmia. Questi esaminò con diligenza le mura, il pavimento e lo spiraglio, e poi alla sfuggita sogguardò anche Beatrice, mostrando egli solo fin lì un'aurora boreale di compassione. Sul punto di uscire dalla cella fu udito favellare queste parole:
—Sana cotesta prigione non si può dire in coscienza, e per di più è buia: trasporterete il numero centodue al numero nove, e gli addobberete la stanza con mobili convenienti; pel trattamento gli somministrerete quanto desidera, già s'intende nei limiti della temperanza… Avete capito? Trasgredendo, due tratti di corda senza pregiudizio di pene maggiori. Avete capito?
Così anche la umanità assumeva faccia di ferocia, e di contumelia. Però Beatrice ritenne che cotesto personaggio, il quale in seguito conobbe essere il soprastante delle prigioni, si fosse soffermato a dare con voce alta cotesti ordini perchè giungessero a sua notizia, e ne prendesse conforto; ond'ella lo raccomandò al Signore, non le rimanendo altra via per manifestare la propria gratitudine.
Al soprastante fu inteso rispondere con un forte grugnito, il quale poteva apprendersi per un: «Illustrissimo sì».
Il traslocamento avvenne nel modo col quale fu ordinato, e Beatrice si ebbe nella nuova cella un tozzo di pane bianco, e un raggio di sole puro: con questi la creatura umana può vivere, o almeno aspettare che la scure o l'affanno la uccida.
Una volta la scure, perocchè la giustizia ferocemente sincera gavazzasse brandendo la spada; ai miei giorni lo affanno; avvegnadio, piegando ai tempi, anche la giustizia, educata in collegio dai Gesuiti, siasi fatta ipocrita: ma non dubitate, no, i suoi colpi per essere ammenati co' bastoni di arena non riescono meno mortali di quelli percossi con la piccozza. Il giudice del decimosesto secolo, sbrancato dalla razza dei tigri, con un colpo di granfia ti faceva scemo del capo, il giudice del secolo decimonono, se timore di Dio non lo soccorre, e paura d'infamia, a modo di serpe ingola poco a poco gì'improvvidi uccelli, sicchè tu glieli senti pigolare fin dentro lo esofago, e glieli vedi palpitare anche in mezzo del corpo. Con una botta in testa, nei tempi passati anima e corpo estinguevano; adesso il secolo civile ha ribrezzo del sangue; onde imparò ad acuire l'anima; e dopo averla per bene affilata su la cote della disperazione, se ne lava le mani, e lascia a lei la cura di traforarsi una uscita traverso le viscere del condannato: prima erano colli mozzi, oggi sono cuori rotti. Quale dei due fosse più caritativo argomento altri giudichi: gli antichi sistemi non ho provato; conosco i moderni, e so che i nervi delicatamente gentili dei nuovi pietosi si offendono della disperazione scarmigliata, e vogliono ch'ella appaia in pubblico co' capelli pettinati a statua; così anche al vizio più sozzo si apre la porta di casa, gli si augura la buona sera, alla veglia domestica si accoglie, purchè si ammanti di verecondia, e la virtù ha da smettere coteste sue superbe jattanze, che ci hanno fradici; matrona e meretrice formano un terreno di confino, dove la virtù e il vizio esercitano il contrabbando su gli occhi ai gabellieri della morale pubblica. Dolori, affanni e delitti s'inverniciano con la tinta della decenza. Per amore delle fibre sensitive delle femmine, e sopra tutto per amore di quelle degli uomini, bisogna piangere con ordine, ruggire armonicamente, agonizzare con arte; ogni lacero di anima, ogni crispazione del cuore ha da essere classata, e numerata. Tutto occorre ai giorni nostri con esattezza prodigiosa, e proprietà uguale; l'acqua del santo battesimo, e l'olio della estrema unzione; la cappa castagnola del frate francescano, e la camiciuola rossa del condannato allo ergastolo. Le prigioni appaiono eleganti; gli architetti s'ingegnano disegnarle vaghe a vedersi. Oh andate, via, a credere che sotto cotesti edifizi lustri, levigati, e inverniciati uomini dalla anima immortale s'inverminiscano di disperazione e di disagio!… Le gentili donne vengono a passeggiarvi la tetra noia, e la spietata vanità; passano come rondini fischiando qualche parola di filantropia, ed assicurano poi che le prigioni sono luoghi superbi, e d'incanto. Guai al misero che osasse temerariamente affermare, potersi condurre vita meno trista che in prigione; tenga in mente il fato di Orfeo, e il furore di umanità non agita meno violento il petto delle nostre gentildonne, di quello che per vino sentissero le antiche Menadi. Intanto il Promotore di tante belle cose, curvo il dorso come il primo quarto di luna, assapora il profumo delle lodi; e, tutto umile in tanta gloria, ponendosi una mano su la parte dove comunemente si crede che stia il cuore a pigione, esclama: «facciamo ogni sforzo perchè… compatibilmente alla loro condizione… i detenuti stieno con ogni riguardo… perchè alla fin fine anche i detenuti sono uomini… però la prigione, bisogna avvertirlo, non può essere paradiso…—Ma voi, lo interrompe un Diplomatico, signor Cavaliere (però che ai giorni nostri anche i Soprastanti sieno cavalieri) fate di tutto onde presto lo diventi; e questo affermo, perchè ho esaminato i vostri stabilimenti di dietro agli usci». Il Cavaliere, sospettoso, guarda il Diplomatico coll'occhio porcino; ma questi dura col volto impenetrabile come quello della sfinge; e costui, non distinguendo se lo lodi da senno, o gli dia la baia, sta in bilico: al fine, non sapendo che pesci pigliare, per torsi d'impaccio gli mostra i denti con un risolino agro dolce, che pare di gatto quando ha leccato l'aceto. O Ipocrisia, o gran Madre Cibele della moderna Divinità!
«Ma insomma, che modo di raccontare egli è questo? Voi fate, come le balie, un passo innanzi, e due indietro». Così parmi udire esclamare una mia gentile leggitrice, ed io le rispondo: «Gentil donzella, o donna, o quello che sarà; se non ti piace il traino, e tu smonta, che già non ti pregherò io a restarci su. Io scrivo per tale a cui le mie fermate non dorranno; all'opposto poche parranno, e troppo brevi: per questo mi affaticai nei giovanili anni miei, e per questo soffersi in quelli della virilità: certo ho servito un signor crudele, e scarso; ma pure è il solo, che sappia emendarsi, piangere, e amare; e questo è il Popolo: gli altri non vale il pregio servire».