E parve questo uno di quei sospiri, che rompono il cuore che lo esalò. Beatrice allora volse gli occhi, e vide quello che non aveva scorto prima, lo apparecchio degli arnesi infernali, e rabbrividì dal capo alle piante. A piè d'una forca stava Marzio, o piuttosto l'ombra di Marzio: la pelle gli s'informava dalle ossa, e, se togli gli occhi vitrei, ogni altra parte del corpo pareva morta in lui; avresti detto che lo avessero tratto colà per ispirarvi l'anima: egli tentò muoversi per gittarsi ai piedi di Beatrice, ma non potè mutar passo, e cadde su la faccia stramazzone per terra. Beatrice stette a considerarlo un istante bieca negli occhi; il piede irrequieto fece atto di calpestarlo; ma di subito l'ira le si converse in pietà, e chinò le braccia per sovvenirlo a rilevarsi.

—Dunque, con un filo di voce favellò Marzio, mia dolce signora, sono io sempre degno della vostra pietà? O signora Beatrice, abbiatemi compassione per lo amore di Dio; chè io sono misero… misero… ma misero assai.

—Marzio, perchè mai mi avete accusata? Che cosa vi ho io fatto, onde anche voi vi siate congiurato con gli altri per tormi la fama?

—Ah! conosco tardi la mano divina che mi percuote; tardi, che la innocenza sola può darci contentezza: io tenni altra strada, ed ecco mi trovo ad avere fabbricato, con la mia, l'altrui rovina: e di me pazienza; ma di tanti altri innocenti… oh!… Io ammazzai Olimpio temendo che la sfacciata scelleraggine di costui non vi offendesse, e mi è riuscito il contrario. Ma io giuro per quel Gesù che dovrà giudicarmi fra poco, che mai ebbi intenzione di nuocervi. Sazio di vita, logoro dalla infermità, lacerato dal rimorso dei commessi delitti, sbalordito dai tormenti, io nulla intesi di quanto mi lessero, e mi fecero affermare; confessai tutto quello che vollero, a patto che mi mettessero a morte, e subito: essi non mi tennero fede, e le mie parole hanno convertito in stiletti per piantarli nel cuore di creature innocenti…

—Signor Presidente, interruppe l'auditore Luciani, non penso io già che voi ci abbiate radunati per udire recitare egloghe fra Amarilli e Melibeo.

—Approvo l'assennatissima osservazione del meritissimo auditore
Luciani,—rincalzava per parte sua il giudice Valentino Turchi.

—Abbiate pazienza, Signori, gli ammoniva placido il Moscati, e rammentatevi che noi non siamo convenuti qui per sollazzarci: poichè sta in noi la terribile facoltà di troncar le parole con la mannaia, lasciamo ai miseri lo infelice sfogo del pianto.

—Per piangere non mancherà loro il tempo quando saranno tornati in prigione: se voi, signor Presidente, vi foste preso cura di voltare l'orologio a polvere, vi sareste accorto come sieno già passate due ore senza costrutto di nulla. Lo Stato per certo non ci paga onde in siffatta guisa noi scioperiamo… e continuando di questo passo, chiederei licenza di andarmene ad accudire a faccende di maggiore rilievo.

—Dio vi accompagni…

Ma il tristo non si giovò del commiato del Presidente; anzi parve accomodarsi con agio maggiore sopra la seggiola. Intanto il Moscati voltosi a Marzio gli disse: