—Accusato, rispondete breve: ratificate, o no, il vostro esame in confronto dell'accusata?
—Signori Giudici! oggimai il male, che voi volete farmi, sarà grave ma corto. Io conosco trovarmi presso a comparire davanti al tribunale di Dio, a cui non fanno di mestieri confessioni nè testimoni.—Tanto, voi potete scorciare il filo di questa mia vita; allungarlo no. Orsù; udite la verità come la conosce Quello che ha da giudicare me, ed anche voi. So bene queste essere le mie ultime ore, e chi sa come orribilmente dolorose!… non importa… benedette elle sieno, poichè per esse mi è dato porgere testimonianza della innocenza di questa divina fanciulla. Chi fosse Francesco Cènci molti di voi l'avrebbero a sapere, che si saranno trovati ad esaminarlo, e a giudicarlo per gl'immanissimi suoi misfatti.—I santi del suo calendario furono delitti uno più atroce dell'altro; suo passatempo pestare le leggi divine ed umane; a lui parve aver posto la natura i confini, dinanzi ai quali i più solenni scellerati si arretrano, solo per provare la sua empietà a saltarli. Tale fu il Cènci: e chi di voi lo ignora? Un giorno cotesto demonio mi fiatò accanto, e mi seccò il cuore.—Avete a sapere. Signori, che io aveva contratto le nozze con una fanciulla di Vittana… Annetta… dopo la Madonna Santissima, da me, povero orfano, adorata; ed ei me la rapì bella, fresca, e piena di vita… e me la rese… sì, me la rese; ma cadavere trasformato, con uno stile nel petto che la passava da parte a parte. Lo assaltai nella rocca, che, per le infamie commesse dentro le sue mura, ha titolo di Ribalda; e non ve lo trovando, detti il guasto alle case: quanto mi capitò sotto le mani arsi: su quelle pietre rimangono i vestigi delle mie fiamme. Lasciai il paese, sacramentando trarne vendetta di sangue sopra la sua famiglia e su lui. Mi ridussi a Roma, m'industriai a entrargli in casa, e vi riuscii: mi venne fatto altresì di guadagnare la sua grazia; con quali argomenti non importa dire… a rammentarli mi mettono ribrezzo; e neanche vi narrerò quello che egli mi confidasse… bastivi, che furono cose da sgomentarne lo stesso demonio. Colà, mentre studio portare a compimento la vendetta, conobbi lo inenarrabile affanno della sua famiglia. I figli odiava come nemici: Dio supplicava ed i Santi affinchè gli concedessero, prima di morire, la grazia di vederli tutti ammazzati. Andate nella chiesa di San Tommaso, e troverete i sepolcri ch'egli aveva fatto apparecchiare pei figli che bramava seppellirvi;—andate, e vedrete accanto ad un suo figliuolo sepolto… chi? un cane.—Una sola creatura amava… ho io detto amava? Ho detto male, e pure non saprei esprimermi diversamente: temo aver detto poco, e più non saprei dire senza cuoprirmi il volto per la vergogna… ma io non posso alzarmi le mani alla faccia… perchè voi mi avete fatto troncare i bracci dai tormenti.—Amava dunque Beatrice. Carceri, fame, battiture, e le peggiori assai corruttele, lusinghe, e immagini abbominevoli, tutto adoperò lo infame vecchio per contaminare questo angiolo di purità. Allora la compassione mi vinse per la infelice famiglia che io aveva giurato sterminare, ed in un giorno solo io impedii più delitti, che voi forse non avete giudicato in un anno. Quando giunsero al Conte Cènci di Spagna nuove della morte dei suoi figliuoli Rocco e Cristofano, gli bastò l'animo imbandire convito ai parenti e agli amici, dov'egli disse, e fece cose, che parve miracolo se Roma non sobbissasse: ricercatene i commensali; erano tra questi Cardinali di Santa Madre Chiesa, e Baroni cospicui. Quando la gente, cacciata via dal terrore, lasciò la sala deserta, egli, ebbro più di empietà che di vino, osò levare le scellerate mani sopra Beatrice. Cotesto sarebbe stato il suo ultimo giorno, però che io dietro le spalle di lui alzassi un vaso di argento per ispezzargli il cranio, se questa innocente, urlando, e riparandolo con le braccia, non lo avesse salvato. Mosso da lei con ardentissime preghiere di non attentare alla vita del padre, io non volli deporre la mia vendetta; ma determinai uscire di casa, e coglierlo altrove. Però il maligno vecchio mi aveva tolto in sospetto; e, fingendomi amore, m'inviava alla Rocca Petrella por apprestargli le stanze. Le stanze!—Già aveva innanzi spedito alla posta sicarii perchè mi ammazzassero, e intanto mi donava cortese il tabarro scarlatto trinato di oro; e comecchè io mi difendessi da accettarlo, non mi parendo dicevole al mio stato, egli volle che ad ogni patto io lo prendessi per preservarmi dalla influenza della malaria viaggiando per la campagna romana: così egli diceva; ma invero perchè il tabarro rosso servisse di contrassegno ai sicarii. Mi salvai dalle sue insidie, e le tesi a lui: raccolsi una mano di compagni; e quando mi credeva morto, lo feci prigione nel suo ultimo viaggio alla Ribalda, e lo trassi alle caverne di Tagliacozzo. Colà doveva morire; ormai pareva che ingegno, o potenza di uomo non valessero a salvarlo; e pure ei fu salvo. Bevemmo certo vino alloppiato, che il Conte si portava seco da Roma; e mentre eravamo immersi nel vino ci fu tolto di mezzo, comecchè io tenessi la chiave del suo carcere in tasca. E il suo liberatore chi fu? Eccolo; questa divina figliuola. Non per questo deposi il fiero animo, anzi sempre più mi arrovellai nella vendetta; ed una notte, avendo prima speculato cautamente il luogo, tolti meco due compagni, per una finestra del piano terreno, rotta la inferrata, penetrai nella ròcca: qui ci spartiamo a perlustrare la casa; uno dei miei compagni vede traversare un'ombra; si nasconde nel buio, e poi le tiene dietro alla lontana: l'ombra ascende le scale della torre, apre una stanza, ed entra: il mio compagno si affretta a seguitarla; tocca la porta, gli cede; sia che non volesse, od obliasse riservarla colui, che andava avanti stimandosi sicuro. In cotesta carcere il Conte Cènci teneva chiusa la figlia Beatrice in guiderdone della vita salvata… Dovrò io dire che cosa traeva costà l'empio vecchio?—No… ve lo dica il ribrezzo, che a voi, tutti padri, fa tremare le carni e le ossa… e il mio compagno gli si avventò sopra, e di coltello lo uccise, meno in grazia della mia vendetta, che per vendicare la natura; e fece bene: e chiunque fra voi sostenesse che non avrebbe operato altrettanto, io lo dichiaro qui, alla presenza di Cristo, più traditore di quello che gli diè la guanciata. Noi strascinammo il cadavere maledetto, noi lo precipitammo giù dalla loggia su l'albero di sambuco. La signora Beatrice fu desta al rumore del tracollo che fece il trafitto sul pavimento. Il lenzuolo rimase intriso nel sangue del Conte; ma nè ella il vide, nè ella lo diede alla lavandara, perchè cadde tramortita nella prigione; e quinci tratta semiviva, giacque più giorni in letto travagliata da fierissima convulsione. Olimpio ammazzai io, e come, e il perchè vi dissi… A Napoli confessai quello che vollero, per forza di tormenti… questa è verità… ogni altro menzogna… Ora di me fate quello che vi piace.—Intanto, concludendo, ringrazio di vero cuore Dio, il quale mi ha dato tanta lena da finire… perchè tornare da capo io non potrei… E ciò detto cadeva giù in terra un'altra volta, se mastro Alessandro, prontamente non lo soccorreva.
—Ditemi, signor Presidente, non ci sarebbe pericolo ch'ella lo avesse stregato?—sussurrò il Luciani, in aria di mistero, nell'orecchio al Moscati; e siccome questi fece spallucce senza rispondere motto, il Luciani continuò a brontolare:—Già… già… voi non credete a questo… vi pare novella… badate a non lasciarvi allucinare dai lumi tenebrosi del secolo, perchè io vi so dire ch'essi rischiarano un cammino solo, e questo è quello che mena dritto all'inferno.
Al Moscati acerbamente dolse la petulanza del Luciani: tuttavolta, sentendo mettere in dubbio la sua fede, imperciocchè in quei tempi credere nelle streghe fosse articolo di fede, come colui che piissimo uomo era si scosse, e domandò risoluto al Luciani:
—Signor Auditore, e per qual causa dubitate voi che io non creda alle fattucchierie? Io ci credo benissimo; ma qui non parmi che cada il caso.—Dunque persistete a ritrattarvi, accusato?
Marzio assentiva col capo.
—Tortura definitiva… non ci è rimedio, sempre pronto osservava il
Luciani; e Valentino Turchi ripeteva latrando:
—Non ci è rimedio; tortura definitiva.
Il Moscati, trattosi il fazzoletto di tasca, si asciugò il sudore dalla fronte; poi si volse al notaro, e gli disse:
—Notaro, ammonite lo accusato a non insistere nella sua ritrattazione… ammonitelo, che diversamente la legge vuole che venga esposto alla tortura definitiva… ammonitelo, tortura definitiva… che sia… e in caso di persistenza stendete il decreto.