—E quando dubitai che la potesse essere ammaliata, considerando la perspicacia dello ingegno e la pronta favella, niente affatto naturali in giovanetta ingenua, mi fece spallucce come se avessi pronunziato qualche eresia. La Eminenza vostra sa troppo bene, come il diavolo quasi sempre dia il dono delle lingue a coloro cui entra in corpo.
Sua Eminenza all'opposto sapeva, pel secondo capítolo degli Atti degli Apostoli, che il dono delle lingue si diparte dallo spirito; e che quando, dopo la Pentecoste, gli Apostoli scesero per la via favellanti in più lingue, le turbe non li giudicarono già invasi dal demonio, bensì ebbri di vino dolce[2]: tuttavolta, non trovando il suo conto a contradire il giudice, approvò stringendo le labbra, ed abbassando la testa.
—Riposino pure sopra di me, continuava il Luciani, come su due guanciali; io sono avvezzo a far presto, e bene. Quando Papa Sisto mi mandò a Bologna pel negozio del conte Peppoli, io ebbi l'onore di darglielo spacciato nelle mani in meno d'una settimana…
—Ah! il povero conte, che fu decapitato nell'ottantasei…
—Domando perdono, Eminentissimo è' fu nel millecinquecentottantacinque, il venerdì dopo la pasqua del Corpo di Cristo, nel primo anno del suo pontificato. Quel benedetto conte ne aveva fatte delle bige e delle nere; sicchè anche i suoi nodi un giorno vennero al pettine. Caduto in potestà della giustizia, siccom'egli era di ricchezze copioso, potente di parentadi, e abbondante di partiti, non si trovava persona la quale si avvicinasse deporgli contra; per le quali cose si correva pericolo di doverlo metter fuori per mancanza di prove. La Santità di Papa Sisto apprendendo queste novelle mi spedì incontanente per le poste fino a Bologna, affinchè significassi alla recisa a quegl'illustrissimi signori giudici, che se non condannavano alla forca, e subito, il conte Giovanni, Sua Santità avrebbe impiccato loro. Messi così nello strettoio, o d'impiccare o d'essere impiccati, impiccarono; e fecero bene: non però senza qualche scapito della reputazione della magistratura, per i passati indugi; avvegnachè, che cosa sia la legge nei governi bene ordinati? Niente altro che regola di condotta pei sudditi. Ora, chi fa la legge? Il Principe; dunque la sua volontà è legge; scriverla, e pubblicarla spetta alla forma, non alla sostanza; e Papa Sisto, che sapeva governare, volle che legge fosse la sua volontà non pure scritta, ma eziandio manifestata con la voce e col cenno[3].
—Eh! Papa Sisto la intendeva pel suo verso.
—Le suppliche mandate al buon pontefice in pro del Conte sommarono a cinquecento, e tante; egli ne graziò una sola, e fu proprio del Conte stesso, il quale allegando i privilegi del nobile lignaggio, domandava reverentemente essere decollato piuttostochè impiccato. Sisto, con la consueta sua benignità, oltre la grazia supplicata, aggiunse di suo, che per maggiore onore gli concedeva di andare al patibolo con la spada al fianco; come di fatto successe. Però, continuava esitando il Luciani, io non capisco come la gloriosa memoria di Papa Sisto si degnasse raccomandarmi in morte; conciossiachè io gli venissi in uggia per modo, ch'io ci ebbi a rimettere il collo; e la veda, Eminentissimo, proprio in me non era colpa al mondo, e Dio sa se io lo servissi di cuore. Basta, un papa veramente grande egli fu; ma quando cotesta sua accesa natura montava su le furie, non ci era modo di poterlo attutire.
Lo Eminentissimo, che aveva detto una bugia, non era uomo da sgomentarsi per così poco; ond'è, che senza punto turbarsi così rispose:
—Certamente: siccome Papa Sisto passato il primo bollore di leggieri si ravvedeva, è da credersi che, riconosciuto lo error suo, non avendolo potuto riparare in vita, si adoperasse di farlo in morte.—E subito dopo, studioso di divertire l'attenzione del Luciani, interrogò: «E come vi avvenne, illustrissimo signor Presidente, di cadere in disgrazia ad un tanto pontefice?
—Avete a sapere, Eminentissimo, come una idea fissa si fosse impadronita della mente di Papa Sisto, infastidito di volgari supplizii; ed era una smania sterminata di far morire sul palco qualche principe. Tanto lo dominava questa fantasia, che talora, facendosi leggere per diletto la relazione della prigionia e morte della regina Maria Stuarda, sospirava dicendo: «O Signore! e quando verrà quel giorno in cui capiterà una tale occasione anche a me?» Ed altra volta, affacciatosi alla finestra, si voltò alla plaga di ponente, dove si dice che giaccia Inghilterra; e, sollevata la mano, quasi volesse parlare con la regina Elisabetta, ad alta voce favellò: «O te beata, regina, che sortisti dai cieli l'onore di poter far cadere una testa coronata! Va, che tu sei un gran cervello di donna». Ora mentre stava sopra questo appetito, la fortuna gli parò dinanzi la occasione per poterlo satisfare. Il signor Ranuccio Farnese, figliuolo del serenissimo duca di Parma Alessandro Farnese, contravvenendo al divieto del papa, si attentò portare armi per Roma; e non solo le portò per Roma, ma con esse venne in Vaticano, e si presentò al sommo pontefice. Papa Sisto, come colui che con le spie non soleva fare a spilluzzico, avvisato minutamente del fatto mise il bargello e gli sbirri in anticamera, dove il temerario giovane venne preso, e poi portato dritto come un cero in Castello Santo Angiolo. Chiara la legge, il delitto manifesto, e per di più qualificato dallo spreto dell'autorità e del luogo venerabile. Appena successo il caso si levò rumore grande per Roma, ed all'universale sembrava agevolissimo ottenere grazia al signor Ranuccio, considerando il credito che godeva infinito presso la Corte il cardinale Farnese, la fama del duca Alessandro tanto benemerito della fede cattolica, che Papa Sisto per via di legato speciale gli mandò sino in Fiandra il cappello, e lo stocco benedetti; l'autorità della casa inclita a paro delle più illustri, il parentado co' meglio potenti Principi della Cristianità, e finalmente la leggerezza degli anni giovanili del signor Ranuccio; ma quelli che conoscevano il papa da vicino tentennavano il capo, e dicevano: «e' ci è l'osso!» E questi la indovinavano. Di vero Sisto si mostrò, piuttostochè duro, incocciato a farlo morire; ed a quelli che gli esponevano i meriti del duca Alessandro Farnese, rispose: «nessuno meglio di lui averli tenuti, e tenerli in pregio; ma le virtù del padre non dovere, nè poter compensare gli errori del figliuolo»: agli altri, ed erano i giureconsulti, che gli obiettavano i principi ed i forensi non andare suggetti alle leggi statutali, a differenza delle altre che nascono dallo jus comune, opponeva cotesta ragione non correre, avvegnachè il principe Ranuccio, come vassallo della Chiesa, non potesse allegare ignoranza di statuto: per ultimo a coloro che adducevano la novella età del contumace, rivoltava contro lo argomento osservando, la poca età doversi apprendere come circostanza aggravante; e chi sentiva altramente parergli scemo di senno: dacchè se così tenero tanto egli ardiva, qual termine estremo, quale ultimo confino non avrebbe passato adulto? Insomma, egli era un gusto a sentirlo schermire; pareva un toro quando caccia per aria i cani nello steccato. Il cardinale Farnese, personaggio di quella gravità che la Eminenza vostra conosce, prese come prudente il suo partito; e fatti i suoi apparecchi con sagacia pari alla segretezza, calato il sole si fece a visitare Sua Santità. Giunto al cospetto del papa prese con ogni maniera di pietose supplicazioni a raumiliarlo, esortandolo di tratto in tratto a non empire di tanto lutto la casa Farnese, e contristare così l'anima del campione invittissimo della fede, il duca Alessandro. Per la qual cosa Papa Sisto, volendo torsi cotesto fastidio dattorno, presa una carta vi scrisse sopra l'ordine al castellano di Santo Angiolo di consegnare alle ore due precise di notte il prigione al cardinale Farnese, e al tempo stesso scrisse un altro ordine al medesimo castellano, che senza porre veruno indugio tra mezzo, nè anche di un minuto secondo, mettesse a morte il signor Ranuccio. Pare impossibile quale, e quanta fosse l'accuratezza dello eminentissimo cardinale Farnese, il quale, nel presagio che la cosa andasse come veramente successe, corruppe con danari l'orologiaro del castello, e gli fece avanzare l'ora; ond'egli presentatosi con tutta diligenza al castellano ne ottenne facilmente il Principe, che tosto mise in carrozza, e con tanto precipizio spinse fuori di Roma, che correndo, senza mai fermarsi, le poste, si ridusse in salvo ai suoi stati di Lombardia in meno di trenta ore. A me poi, senta qual trama tese cotesto benedetto cardinale. Papa Sisto mi aveva confidato l'ordine secondo, affinchè lo portassi, aprendomi l'animo suo; e, volendomi esercitare ad usar diligenza, mi diè una spinta, quasi intendesse balestrarmi di punto in bianco in castello. Ora mentre io mi affretto, allo scendere del ponte, o per corda tesa traverso o per altro argomento che vi adoperassero, i cavalli stramazzano di sfascio; la carrozza si rovesciò su di un lato, ed io, comecchè a fatica, pure senza offesa potei uscire dagli sportelli. Rimanendomi poca più via, mi disponeva farla a piedi; quando mi vennero attorno parecchi gentiluomini, i quali commiserando il mio stato si mostravano timorosi che qualche guaio mi avesse colto: io badava a ringraziarli, e a renderli capaci, che per grazia di Dio era rimasto illeso; ma essi, niente; non vollero rimanere convinti, e quasi a forza mi fecero salire nella carrozza loro, profferendosi pronti di condurmi al luogo ch'io mi fossi compiaciuto indicare. A questo patto, per non mostrarmi di soverchio scortese, accettai, manifestando subito il desiderio di esser condotto in Castello Santo Angiolo. «Subito; la rimanga servita, disse uno di quei gentiluomini; e affacciatosi allo sportello ordinò al cocchiere: «a Castello Santo Angiolo». Appena egli ebbe profferite queste parole ecco i cavalli s'inalberano, prendono a imbizzarrire, e quinci in breve a scappare via rovinosamente: andammo di su e di giù, percorremmo in tutti i lati la. città: a me pareva trovarmi nella botte in cui i Cartaginesi misero Regolo; sudava acqua e sangue pensando all'ira del papa. Finalmente i cavalli si acquietarono, e i gentiluomini, forte rammaricandosi dello accaduto, non senza molte cerimonie mi deposero alla porta del castello: io gli ringraziai con la bocca, mentre li malediceva largamente col cuore. Nello affrettarmi con celeri passi cavai l'orologio di tasca, e vidi che mancava qualche minuto alla un'ora e mezza di notte. Riprendo animo, e, rinforzato il correre, mi trovo davanti al castellano, a cui metto senza potere far motto la carta nelle mani: egli la prende, la legge, la volta sotto sopra, e poi mi sbarra in viso due occhi stralunati come avesse dato volta alle girelle. Gli domandai che cosa aveva, ed ei rispose, che ore pensava che fossero: ma, ripresi io, l'un'ora e mezza di notte circa.—Domani torneranno; per oggi contentatevi che sieno le tre.—Le tre?—Le tre, e staranno lì lì per suonare.—Io mi trassi l'orologio di tasca, che in quel punto segnava le due meno cinque minuti, e glielo posi sotto gli occhi. Nel medesimo istante all'orologio del castello batterono le tre.—Le trame dello astuto cardinale apparivano manifeste; ci aveva gabbato tutti, e me peggio degli altri. Quando al Santo Padre venne riferito il successo, non s'incollerì punto, com'io aveva immaginato, col cardinale Farnese; all'opposto, quando lo vide, gli andò incontro congratulandosi dell'arguzia e diligenza sue; me poi, allorchè mi condussi ai santi piedi per iscolparmi, non volle ascoltare; ma squadratomi bieco, con labbra tremanti di rabbia mi disse: «Toglimiti dinanzi in tua malora, e ringrazia Cristo s'io non ti mando adesso adesso in galera». Io non me lo feci ripetere due volte; ma lascio considerare a vostra Eminenza s'io mi meritassi siffatto rabbuffo[4].