—Non rimettere a domani quello che puoi far oggi, ci ammonisce una sentenza antichissima. Davanti a lei, carissimo, ella ha quanto bisogna per iscrivere; tregua agl'indugi: dei buoni ufficii miei stia sicuro, della ottima mente del Santo Padre verso di lei non dubiti punto.

Ulisse, stretto dall'ardente pressa, scrisse la supplica, e scritta che l'ebbe la consegnò al Cardinale di San Giorgio; il quale l'accolse con sottilissimo riso, che appena gli fece tremolare i peli estremi dei baffi: forse era di compiacenza, forse di scherno, e può darsi di ambedue. Ridottosi a casa, meditando sopra lo accaduto, e riandando con mente quieta le parole e i fatti, Ulisse si accorse come, prevalendosi del turbamento dello animo suo, lo astuto prete lo avesse condotto se non a sbagliare, almeno a mutare strada, e cavatogli di sotto quanto ei desiderava. Però quegli che n'ebbe profitto questa volta fu il vinto; avvegnadio il Moscati senza viltà si ritraesse da un passo, donde indietreggiare senza pericolo, e oltrepassare senza infamia non poteva. Di grazie, favori, pensioni od altri simili vantaggi non fu fatto parola nel memoriale, nè nel breve; e il Moscati non si curò ricordarli al Cardinal Cinzio: egli schivo e superbo, avarissimi gli altri; sicchè avevano detto, consigliandosi fra loro: nulla ha chiesto, nulla pertanto egli vuole; e poi, un povero frate di che cosa abbisogna? E poi, copia di beni possiede anche troppa, e fa anni più di quaranta che tira paga dallo stato; e poi aggiungete, che questa impresa di Ferrara ha propriamente disastrato lo erario, e bisogna rinsanguarlo; inoltre assegnandoli pensione parrebbe un guastare la umiltà e spontaneità dell'atto; e chi sa ancora, ch'egli non siasi taciuto su questo tasto per superbia? Chi più ne ha più ne metta, chè tanto non arriverà a indovinare tutti i poi, pei quali l'avarizia crede potersi sdebitare dall'obbligo senza metter mano alle tasche.—D'altronde è cosa nota che papi, principi, e cardinali eziandio, non meno che l'altra gente di alto affare, ed illustri, che Dio manda per sollievo della umanità, sono di buona memoria (quando ce lo incidono) sopra le lapide soltanto; in ispecie poi Papa Clemente, il quale pativa di chiragra e di podagra; e se ne teneva, a quanto pare, avendo donato due gambe di argento massicce alla Casa di Loreto, allorquando la visitò incamminandosi a prendere possesso del Ducato di Ferrara, quasi perchè i posteri non dimenticassero cotesta sua qualità[1].

Ulisse Moscati si ritrasse, come aveva divisato, nel chiostro; però non prese mai gli ordini sacri, e godè per alcuni anni quella pace stanca, che aspetta gli uomini, non già tutti, bensì i meglio fortunati, dopo le contese e le percosse di questa battaglia, che si chiama vita.

Il Cardinale di San Giorgio nella sera stessa presentò la supplica al Papa, il quale postala sopra la tavola la compresse col pugno chiuso; e poi, assentendo col capo e con uno stirare delle labbra verso gli orecchi, che per lui voleva dire riso, favellò breve al nipote della sua predilezione:

—Or, Cinzio, abbiate avvertenza all'altro.

Se nelle pianure dell'Affrica o dell'Asia, ed anche nei campi di Sardegna, avvenga mai che muoia cavallo o montone, e sotto la sferza ardente del sole incomincino appena a svilupparsi da cotesto cadavere i primi effluvii della corruzione, ecco tu levi la testa, e dal punto culminante dello emisfero passeggiando il tuo sguardo fino all'estremo orizzonte ti comparisce tutto dintorno limpido e puro: torni ad alzarla di nuovo, e tu vedi, colà dove il cielo pare che tocchi la terra o le acque, avanzarsi un nuvolo di punti neri, il quale ad un tratto dilatandosi ti è sopra, e all'occhio attonito ti manifesta una torma di avvoltoi, i quali, in virtù dello stupendo odorato, vengono tratti all'oscuro convito. In questa guisa stessa i perversi, senza paura d'ingannarsi, fiutano alla lontana i perversi; si ravvisano subito, si stringono, e prestansi aiuto. Soventi volte, e con inestimabile dolore, io ho notato la immensa e forte fratellanza dei maligni. Non è mica giuramento di setta che sospinge gli uni verso gli altri, nè disciplina di collegio, nè istituto di consorteria, no; bensì un arcano magnetismo animale, un soffio alitato sopra il capo di costoro dalla bocca del demonio. Quando ti muovono guerra renditi per vinto, dacchè tu non li potrai neanche combattere; dispersi in polvere sottilissima ti si avventano agli occhi, penetrano nei pori, s'insinuano nel sangue; invisibili, e nondimeno potenti; impalpabili, eppure invincibili: essi ti stritolano nelle mani un disegno come vetro; ti fermano lo strale sopra la noce; si cacciano sotto la rota del carro trionfale, e lo arrestano a mezzo cammino; accosti le labbra alla tazza, ed essi si mescolano nel vino che prende sapore di fiele; accosti le labbra a quelle della moglie, dei figli e del padre, ed eglino si posano sopra coteste labbra sicchè ti sanno di terra; insomma, anima e corpo ti seppelliscono sotto un cumulo di arena. Per altra parte, e con altrettanto rammarico, ho avvertito la indifferenza dei buoni fra loro; non già perchè patiscano difetto di cuore, o rifuggano dal sovvenirsi cortese con mutui offici; all'opposto, completi di virtù e di senno, pensando bastare a se stessi, non credono doversi collegare a difesa, molto meno ad offesa. Ercole potè raccogliere nella pelle del lione tutta la gente dei pigmei perocchè essi fossero almeno alti un cubito; ma oggi, ridotti in polvere, sfuggirebbero al tatto di lui, che ne avrebbe irrimediabilmente pieni gli occhi e la bocca. O sapienti, fate senno una volta; e conoscete a prova, che se il diritto è l'elsa, la forza è la lama della spada. Sì legge scritto come, nelle Indie orientali, le turbe dei formicoloni assaltino lo elefante, ed in breve ora lo riducano a tale, che di lui non si trovano altro che le ossa politissime, e bianche: quello che nella India costumano le formiche, in Europa fanno i nulli, i mediocri e i perversi, a detrimento dei buoni e dei grandi. Certo il lione va solo; ma nel deserto, dove non trova gesuiti, nè commissioni governative, nè formicoloni dell'India, nè corti regie, nè procuratori generali.

In questo modo il cardinale Cinzio Passero avendo a sbrancare dalla trista mandra della magistratura una bestia malefica, alzò le narici, e gli venne dalla lontana fiutato il giudice Luciani. Chiamatolo a se gli usava le consuete carezze feline, e poi gli diceva come il Santo Padre, suo gloriosissimo zio, non rifinisse mai di favellarne con rispetto grande per la sua molta dottrina, e più per la prontezza e salutare severità con le quali egli spediva i negozii; egli sapere per conto suo, che la santa memoria di Papa Sisto lo teneva in ottimo concetto, e che lo aveva, prima di morire, raccomandato al Pontefice suo zio come soggetto commendevole per ogni punto, e da potersi adoperare a chiusi occhi in emergenze difficili: essere stata intenzione del Pontefice suo zio promuoverlo, e riconoscerlo dei molti meriti suoi, ma fino allora avergliene impedito il modo le faccende dello stato, e le cure della guerra, e di questo sentirne amarezza infinita. Intanto, per rimettere il tempo perduto, come segno della sua fiducia volergli confidare la procedura dei Cènci scandolosamente protratta, mentre, per quanto correva universale la voce, tante, e patentissime abbondavano le prove della reità degli accusati. Andasse, rompesse gl'indugi, facesse cosa gradita al popolo romano, e al Santo Padre accettissima: il nome di restauratore della giustizia si meritasse…

Anche le civette impaniano, dice il proverbio; e il Cardinale, infiammato dal desiderio di venire a capo del suo disegno, ci aveva messo troppo più mazza che non ci bisognava. Le pupille del Luciani oscillarono corruscando, come quelle delle belve prima di spiccare il salto; e la parola prorompendo impetuosa gli si rompeva fra i denti.

—Certo, balbutiva costui, certo, Eminentissimo, col signor Moscati non ci era verso di trarre un ragnatelo dal buco: gli avevano fitto in testa certi scrupoli… lo assalivano tali uggie… tanti rispetti, che nemmeno io mi sapeva dove mi trovassi. La s'immagini, Eminentissimo, io lo sperimentai renitente perfino ad applicare Beatrice Cènci alla tortura preparatoria monentibus indiciis, mentre (Dio mi guardi da formare giudizii temerari) a me sembra che la prova abbondi per farla impiccare (domando perdono del lapsus linguae, essendo ella nobile)—per farla decapitare dieci volte.

—Guardate un po' voi!—esclamava maravigliando il Cardinale, ed alzava ambe le mani.