—Vello com'egli è tondo; e' pare che abbia l'aria di aver beccato più miglio che ginepro.
—Fa' di farti cucire le fodere nuove alle tasche, per sospetto che non te le sfondi la mancia.
—Avvertirò il sere di aggiuntare due lenzuola insieme, per farne un sacco capace a contenere li danari a conto.
Extra jocum: parente del diavolo ha da essere, tanto egli è nero; e sento dire che il diavolo sia più ricco di Papa Sisto, che mise dieci milioni di oro in castello[2].
—E se pagasse con una cambiale sopra lo inferno, toccherebbe a
Tegolino andarla a riscuotere.
—Però tu sei in colpa, e come primo scrivano la sconterai.
—Qual colpa?
—Di non avere steso gli arazzi, onde il messere non si conci il calzare di velluto.
E così continuavano l'alternare di epigrammi, che pareano fuochi artifiziali. Il carbonaro non si dava per inteso di nulla, e non ismetteva il suo moto ondulatorio, nè il fischiare, nè il canto. In questa un giovanetto, vero servo dei servi di Dio, nudrito con le briciole dei bricioli caduti dalla mensa dell'avvocato, alimento dei copisti, si levò dal banco, e presa una sedia la offerse al carbonaro, quasi in isconto dei peccati dei suoi colleghi.
Il carbonaro accettò la sedia, e poi guardò fisso negli occhi il giovanetto, come se volesse iscrutare la causa che lo muoveva a mostrarsi, fra tanti villani, cortese, e non potè distinguervi altro che naturale benevolenza; avvegnadio i clienti costumassero rado donare, o, se donavano, altri denti stavano apparecchiati ad azzannare: sicchè il giovanetto faceva quel buono ufficio come il povero usa col povero, senza speranza, ma con carità. E questo sia detto contro la opinione dei moralisti, i quali pretendono che l'uomo, onde possa reputarsi perfetto, abbia ad essere ornato di tutte le virtù corporali e spirituali; mentre io ho provato, che anche qui il soverchio rompe il coperchio; e quando le sono troppe, una aduggia l'altra come le rame in arbore frondoso.