Questa è la sala che vede i dipinti di Raffaello, ed ascolta le consulte dei sacerdoti:—questa è la sala dove si discussero, e sovente ancora si decisero, i destini dei Re del mondo; però che la forza, prima di spengersi, consegnasse la fiaccola all'astutezza, siccome i servi costumavano fare nei giuochi lupercali; e questa si affrettò a mettere in fiamma i quattro canti della terra.

Quando i popoli, rotte ad una ad una le penne della grande aquila che ecclissava il sole della libertà, sperarono de riscaldarsi ai raggi de quello, ecco altre ombre si posero fra mezzo all'uomo e alla libertà, e le mandavano le chiavi di San Pietro—il pescatore ebreo.—Ma la forza si consuma, e l'astutezza altresì; e se il pomo del brando romano non giunse a conficcare il chiodo alla ruota della fortuna, molto meno poteva farlo il pastorale del chierico. La vendetta rode di nascosto, ma inevitabilmente, a guisa di vena di acque sotterranee, la forza. Dietro un tronco di albero, dietro l'ara di un nume, da per tutto e sempre tiene teso l'arco, e presto o tardi saetterà il tendine d'Achille; ma la frode si logora coll'uso delle sue stesse malizie, come l'orologio a polvere si vuota lasciando cadere i grani della sabbia che misurano il tempo.

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Il Papa siede sublime sopra il capo di tutti, sotto un baldacchino di velluto cremisi ornato di frange di oro. Sceso un gradino, gli seggono sopra sgabelli attorno quattro cardinali: da un lato Cinzio Passero cardinale di San Giorgio, nepote per parte della sorella Giulia, e Francesco Sforza cardinale di San Gregorio in Velatro; dall'altro Pietro Aldobrandino cardinale di San Niccolò alle Carceri, nepote per parte del fratello Pietro, e Cesare Baronio cardinale dei santi Nereo ed Achilleo, avvolti nei magnifici loro paludamenti di porpora: poi, in un ricinto più vasto, su stalli onorevoli, e cardinali, e vescovi, e di ogni maniera prelati, cospicui per cappe o pagonazze o vermiglie.

In mezzo, alla destra del trono, un banco coperto di panno scuro per gli auditori di Palazzo e della sacra Ruota criminale presieduti da straordinario presidente, sendo caduto infermo il Luciani: dalla parte opposta un banco pari pel procuratore fiscale, con parecchi cancellieri e notari: per traverso un terzo banco destinato pei difensori.

I lanzi dalla barbuta e dalla corazza di ferro, l'alabarda sopra le spalle vigilavano la sala, e respingevano addietro i curiosi con brutte parole, e peggio fatti: orgoglio ad un punto ed umiliazione antica della gente itala, appo cui è mestieri tirare dal settentrione queste bestie dalla faccia umana per esercitare la forza brutale. Nè mancarono dame e cavalieri attillati, come se intervenissero a qualche festino; ed è fama eziandio, che con i nastri neri pendenti giù dai cartolari del processo fosse in cotesto giorno annodato più di un laccio d'amore.

Ognuno seduto al suo posto. Intimato, secondo il solito, dagli uscieri il silenzio, il Presidente, ottenuta licenza dal sommo Pontefice, accennava con la destra al Procuratore fiscale, ch'egli poteva incominciare.

Questi si levò. Intanto ch'ei si forbisce col fazzoletto la faccia, compone la chioma e fa altre simili smancerìe, tratteniamoci un momento a considerarlo. È del colore degli antichi Cristi di avorio: l'occhio ha spento, opalino come quello del pesce fradicio; i capelli tiene giù ripresi, e lisci da una tempia, e paiono un salice che gli pianga su la testa il cuore e il cervello da gran tempo defunti: muove le braccia come i telegrafi marini: ora si rannicchia con la persona, ora sbalza su, come un serpente di filo di ferro dalle scatole da tabacco. Solo a vederlo di leggieri si comprende come al nascer suo la petulanza, la presunzione e la stupidità menassero un ballotondo intorno alla sua culla, e gli facessero un presente, cui egli poi aumentò mettendoci di suo la ipocrisia.

Il nostro procuratore fiscale ecco si rovescia con molta solennità le maniche della toga, e poi con una vocina, che va di mano in mano rinforzando, dopo avere assicurato che per lui non si era omessa diligenza veruna nello esame del processo, ed invocato l'aiuto di Quello che non n'è mai avaro per chi lo sollecita di cuore, raccontò come, a persuasione del diavolo e da cupidità abbominevole spinti, persone non nemiche, non estranee, ma parenti, ma moglie e figli macchinassero la strage del conte Francesco Cènci, uomo per pietà insigne; per lignaggio chiarissimo, per dottrina preclaro: disse del mandato conferito ai sicarii Olimpio e Marzio; del sonno traditore, del differito parricidio a cagione della festa della Beata Vergine: dipinse l'orrore degli assassini, le truci minacce della donzella per vincerne la repugnanza; il chiodo confitto e riconfitto; il cadavere tratto pei capelli sul pavimento, e poi con barbara immanità precipitato giù dal balcone: favellò della prova, che in grazia delle salutari torture emanava limpidissima dalla concorde confessione dei rei: si diffuse intorno allo spavento del mondo inorridito a sentire come in Roma, nell'alma sede della religione santissima, accanto al soglio dell'ottimo fra i vicarii di Cristo siffatte scelleratezze si commettessero.—Che più?—Il secolo corrotto consentendo quelle licenze, che in breve toccarono l'estremo, egli raccontò come il sole si fosse per la paura oscurato; mentre, all'opposto, non era mai apparso chiaro come in quei giorni:—e come le acque del Tevere, sgomentate, avessero retroceduto alla sorgente; malgrado che a vista di tutti i Romani avessero continuato a scorrere tranquillamente sino ad Ostia: finalmente, apostrofando il Crocifisso pendente alle pareti, confortò i giudici a richiamare alla mente i suoi divini precetti allorchè comanda, che l'albero incapace a produrre frutti buoni sia reciso, ed arso: nè qui trattarsi già di frutti buoni, sibbene di pessimi, e scellerati. Tentasi, egli soggiunse, di sorprendere la religione vostra, o Signori della Ruota, col farvi considerare la giovanezza di taluni fra i colpevoli, come se questo, invece di attenuare il delitto, non somministrasse plausibile fondamento a procedere con asprezza maggiore. Se di queste abbominazioni mostraronsi capaci gli accusati o non tocca ancora la pubertà, o a quella giunti appena, che cosa mai ci dovremmo aspettare da loro, diventati adulti? Correremmo il rischio che la famiglia di Atreo sembrasse un convento di cappuccini! Concluse finalmente con certa ipotiposi da lui con somma diligenza elaborata, la quale descriveva l'anima dello illustrissimo signor conte Francesco Cènci spinta con violenza fuori di questa vita senza il conforto dei sacramenti, e condannata, per avventura, al fuoco penace, soffermarsi sopra la soglia dello inferno, scuotere i bianchi capelli intrisi di sangue, e, sollevate le mani verso i giudici, gridare disperatamente: «Vendetta! vendetta!»

Oh, fra i tristissimi, egli è pure il tristo mestiere quello del procuratore fiscale! Ed anche questo perchè mai esercitato? Per un tozzo di pane. Ma quanto più onorato il pane molle di sudore dello artigiano! Quanto meno reo quello intriso dalle lacrime del servo della pena! Essendo costoro provvisionieri del patibolo, dovrebbero cibarsi co' rilievi del supplizio. Qual differenza sovente corre fra essi e il carnefice? Certo, se ve ne ha, torna in vantaggio del carnefice: senza odio come senza viltà egli tronca col ferro i meschini, cui il procuratore fiscale ha già assassinato con la parola. Un giorno Dio li giudicherà; ed io per me penso, che la misura del primo sarà trovata a paragone più lieve. Ma le parole che montano? Cotesti maladetti dal Signore, co' presagi del vituperio in questa vita e della dannazione nell'altra si fregano i denti bianchi di pesce-cane come con una rappetta di finocchio, e tirano innanzi, fischiando, a rigare il mondo con una traccia di sangue.