Dei difensori fu primo ad arringare l'Altieri per Lucrezia Petroni, il quale con graziosa gravità favellò in questa sentenza: molto col suo ministero e con se stesso rallegrarsi, per non dovere spaventare i suoi giudici con immagini ricavate dallo inferno; bensì corrergli obbligo di supplicarli a volgere lo sguardo sopra una matrona pia e mansueta, e di levare un grido, di vendetta non già, riprovatissimo in ogni luogo, e davanti ogni consesso di cristiani; davanti poi il Vicario di Gesù Redentore e giudici piissimi abbominevole; bensì grido, che unico possa suonare degnamente nei tribunali, ed è: «Giustizia! giustizia!»
Ricercando in processo le cause muoventi al delitto, dimostrò come veruna di quelle accennate dal fisco convenisse a Lucrezia Petroni. Non la cupidità, conciossiachè nulla ella avesse a sperare dalla morte del marito Cènci, succedendo il coniuge all'altro coniuge intestato in esclusione del fisco soltanto; e qui invece essere conosciuto da tutti come il Conte Cènci avesse fatto testamento per diseredare chiunque con vincolo di parentela gli appartenesse: per la qual cosa ad appagare l'empie voglie della sua cupidità, quando mai l'avesse concepita, ostavano gli eredi necessarii e il testamento. Non può averla mossa il rancore, avvegnadio ingiurie ed offese ella avesse sofferto ben molte per la parte dello efferato marito; ma non essendosi fatta viva mentre tuttavia giovane e bella se ne sente angoscia in ragione del diritto che la donna crede di possedere a non doverle sopportare, era, non che inverosimile, assurdo ch'ella agognasse vendicarle dopo tanto spazio di tempo, e quando erano cessate, ed allorchè gli anni volgendo a vecchiezza, il sangue scorre più languido nelle vene, e l'animo, anco nelle nature irrequiete, assume più miti consigli; specialmente poi vendicarle con partite così atroce ad un punto, e pericoloso. Se le sevizie (le ingiurie alla fede coniugale io metto da parte) avessero perdurato, donna Lucrezia ricorrendo ai tribunali avrebbe ottenuto la separazione dal marito; la quale in quanto al vincolo non concedesi, ma in quanto al domicilio, o toro, sì: nè a lei mancavano aiuti di parentado potentissimo, nè, provveduta di larga dote, le era mestieri starsi presso al marito per timore di pecunia, o di scarsi alimenti.—Molto meno aversi a credere le tentazioni diaboliche; imperciocchè, sebbene alle tentazioni del maligno andiamo tutti soggetti, pure, è la nostra santa religione lo insegna, o ne vanno immuni, o le superano le anime zelatrici della pietà. Ora, qual donna si mostrò più devota di Lucrezia nostra? Il Fisco stesso, quantunque poi lo ritorca in nostro danno, fa fede della pietà di donna Lucrezia allorquando finge, che la strage di Francesco Cènci fosse differita per reverenza della festa della Beata Vergine: ma io vo' che il Fisco sappia, come una femmina penetrata da tanto zelo di religione non offenderà, nè il giorno della sua festa, nè mai, la Madre di ogni misericordia, la mediatrice di ogni perdono.
E qui l'avvocato o s'ingannava, o tentava ingannare altrui, imperciocchè la esperienza abbia dimostrato e dimostri, come la devozione sincera (di quella ostentata per ipocrisia non è da parlare) vadano congiunti i consigli più tristi. Basti rammentare per tutti Giacomo Clemente, uccisore di Enrico III, il quale si apparecchiò alla strage col conforto del pane eucaristico, e con le discipline più solenni della nostra religione. Certo egli è duro avere a chiamare devozione sensi sì iniqui; ma ciò giovi ad ammonirci, come anche delle devozioni se ne dieno di più maniere: quella che circonda la morale con una corona di opere pie e generose, e questa come santa deve riverirsi; e l'altra che, ammogliatasi col delitto, si avviticchia com'erba velenosa intorno alla croce, ed hassi a considerare come scellerata; e di questa ce ne ha molta, anzi troppa; e i sacerdoti, non che sbarbarla, la fecondano a tutt'uomo per ignoranza, per errore, e per interesse. E s'io dica il vero lo chiarisca l'antica tariffa della Curia Romana, che indica il prezzo col quale il malfattore può ottenere l'assoluzione di qualsivoglia delitto.
Continuando lo avvocato prese ad esaminare atto per atto il processo, affaticandosi con sottile industria a rilevarne le irregolarità, e le contradizioni dei deposti, la debolezza delle prove. Alla fine concluse supplicando la coscienza dei giudici a non consentire che matrona così universalmente reputata, dei poveri soccorritrice benefica, fosse sospinta per sentiero d'infamia e di ferro nel sepolcro: ormai la sua favilla mortale toccare il verde; non adunassero tanta procella per ispegnerla… Anche uno istante… un solo istante, per dio, ed il dolore e gli anni la cuopriranno di tenebre eterne… Deh! lasciate ch'ella si spenga in pace…
Accorse secondo il De Angelis in pro di don Giacomo, ed anch'egli si affaticò ad escludere la causa di delinquere supposta dal fisco, e mostrò come non lo potesse muovere attuale angustia di pecunia, avvegnachè il padre suo, per giusto comandamento del sommo Pontefice, gli pagasse onesta provvisione, e di più i frutti della dote della propria moglie godesse, i quali uniti alla provvisione della consorte non erano così scarsi, che alle spese domestiche sopperire non potessero: molto meno doveva muoverlo a commettere l'atroce parricidio la speranza di redare intero il patrimonio paterno, imperciocchè corresse comunemente il grido, e lo stesso Francesco Cènci lo andava predicando senza ambage, dei beni liberi averlo diseredato, la qual cosa il fatto ha chiarito vera pur troppo, e dei fidecommissarii non lo poteva privare. Vecchio essere il Conte Cènci, ed ormai giunto con gli anni a quella estrema parte della vita, dove ogni lieve spinta precipita nel sepolcro; laonde dovrebbe estimarsi non solo empio, ma folle Giacomo Cènci, se con tanta scelleraggine e tanto suo pericolo avesse affrettato quel caso, che in breve con sicurezza, e senza rimorso gli avrebbe procurato la natura. Or come è verosimile questo, che il figlio si mostrasse pazientissimo ad aspettare allorquando il padre era lieto di prosperevole salute, ed entrava in verde vecchiezza, e fosse poi intollerante d'indugio allorchè quegli diventa decrepito e malescio? Don Giacomo, alieno da lussuriosi sollazzi, dai vizii che contaminano il mondo aborrente, incolpevole gentiluomo, buon marito, buon padre, come allo improvviso svela così efferata indole, che vince ogni belva più cruda? Come, nato appena al delitto, doventa gigante, e con un passo solo ne percorre intera la carriera, che i più perversi non toccano che con i passi ultimi? Questo non consente la natura; e tutto quello che si oppone alle leggi eterne del vero o devesi addirittura rigettare, o per lo meno ammettersi con molta difficoltà. E qui, riprendendo con più veemenza l'avvocato, io considero, diceva, nell'amaritudine dell'animo mio seguitarsi una ragione affatto contraria, la colpa; e le circostanze della colpa quanto più procedono opposte al discorso naturale, tanto più volentieri si accettano; quanto più avverse allo regole della umanità e del diritto, tanto più facilmente si accolgono. Così non va bene. Don Giacomo, e questo secondo che merita non avvertiva il fisco, mentre si perpetrava il delitto non si trovava già alla Rocca Petrella, bensì dimorava in Roma. Dunque è chiarito, che con la sua opera immediata non potè partecipare alla strage. Se poi il fisco sospetta che vi concorresse mediatamente per via di lettere o di messaggi, ma dove sono queste lettere e questi messaggi? perchè non li produce, anzi neppure li ricorda? E sì ch'ei dovrebbe avvertire come a lui incomba il carico della prova, e a noi basti difenderci.—Il fondamento dell'accusa sta nella confessione dei prevenuti. Io per me, spesse volte meco considerando, son venuto nella sentenza che la confessione dello imputato, come cosa indegna della morale e contraria alla natura, non debba pesare sopra la bilancia della giustizia. Invero; con quale carità, o senno possiamo costringere un uomo ad accusare se stesso? L'uomo che si affatica ai suoi danni fu sempre reputato privo del bene dello intelletto; e se la Chiesa concede sepoltura in sacris ai miseri che contro se stessi portarono le mani violente, ciò appunto fa perchè crede che abbiano perduto il senno. Ora, dico io, accusare se medesimo di delitto che importa pena capitale, non partorisce forse il medesimo effetto? Maisì che lo partorisce; e la lingua uccide al pari, e meglio, delle mani. Però, qui mi si obietta, noi non abbiamo confessione spontanea, ma estorta per virtù di tormenti. Bontà di Dio! Egregia risposta invero! Verrà un tempo in cui i posteri maraviglieranno come noi, loro padri, siamo stati o così stupidi o così barbari, da accettare quale argomento di verità quello, che per propria natura è segno manifesto di ferocia e di errore…
Un mormorio di disapprovazione si sparse per tutta la sala; e il Farinaccio stesso, tirata al collega la toga, lo ammoniva sommessamente a tagliar corto sopra quel tasto. Il cardinale Baronio, che fu uomo dottissimo per quei tempi, piegato il capo sussurrò nell'orecchio del cardinale Aldobrandino, il quale si mostrava nel sembiante soprammodo scandalizzato:
—Questi benedetti avvocati, quando hanno preso l'abbrivio, ne piantano di quelle che non istanno in cielo nè in terra!
—E senza corda, rispondeva quell'altro, io vorrei un po' che m'insegnassero come faremmo a sapere una verità. A che monta, di grazia, la facoltà concessa a cotesti parabolani, di oltraggiare tanto impudentemente la sapienza dei sommi dottori? Procedendo di questo passo, io vi domando, Eminentissimo, che cosa stia per diventare l'autorità? Perchè i giudici non gli hanno imposto silenzio?
—Eminenza, lasciamoli dire finchè ci lasciano fare: quando presumeranno tarparci le ale, on avisera; come dicono i Re di Francia allorchè i Parlamenti rifiutano registrarne gli editti.
Lo avvocato De Angelis girò il timone, e, come l'Altieri, si fece con arguta dialettica a demolire lo sformato edifizio del processo ingolfandosi in un tritume di osservazioni, le quali stancarono la mente degli uditori, e nocquero non poco alla efficacia dell'arringa. Finalmente dette termine alla difesa rammentando l'antichità della prosapia, e la chiarezza del sangue Cincio, e poi, con migliore consiglio, la moglie e i figli desolati di don Giacomo: andassero cauti, egli diceva, i giudici, ma cauti bene, a imprimere tanta nota d'infamia sopra così nobile casato: pensassero, al figlio del parricida veruna donzella stendere la mano; nessuno aprirgli il cuore: fatto, senza sua colpa, oggetto piuttosto di raccapriccio che di pietà sopra la terra, cuoprirlo di vituperio non pare villania, bensì diritto, e dovere: veruno lo chiama a mensa; in chiesa lo fuggono… Che più? a male in cuore sopportano comune con lui il raggio del sole, nè la terra, che tutti accoglie nel suo seno dopo morte. Ed anche a voi, Padre ottimo massimo degli universi fedeli, concedete che io presenti la miseria di una moglie, il lutto dei figli: nelle mani, che io supplichevole inalzo al vostro soglio augustissimo, piacciavi contemplare le mani di quattro fanciulli e di una donna; nella mia voce udire le strida di cinque innocenti, che con lacrime e singulti, dopo Dio, da voi sperano, ed attendono misericordia.