—Eminenza, favellò il cardinale Sforza al cardinal Cinzio, eccovi il vostro fazzoletto, che vi ho raccolto per terra; ne avrete bisogno per asciugarvi le lacrime.
—Io?—Io non patisco di pianto.
—Però l'arringa dello avvocato Niccolò mi è parsa concludente assai; la perorazione poi senza dubbio felice.
—Eh! secondo i gusti, Eminenza. Per me, se la raffronto co' precetti di Aristotele e di Quintiliano, parmi la più meschina delle amplificazioni di uno scolare di rettorica; senza contare l'eresie giuridiche ch'egli ha detto, segnatamente la famosa contro la confessione ottenuta per vim torturae. Ma silenzio; ecco che si leva il Farinaccio. Stiamo a veder correre questo barbero; il palio è di quattro teste. Quanto vogliamo giuocare, ch'egli lo perderà?
—Quando lo dite voi, Eminenza, non ci ha luogo scommessa; come potrei avere io convinzione diversa dalla vostra?
Il cardinal Cinzio sogguardò sospettoso in faccia lo Sforza; ma questi, arnese vecchio di corte, gli mostrò la fisonomia aperta quanto lo scrigno di uno avaro.
Si levò il Farinaccio crollando la testa; e, fulminato con uno sguardo d'inesprimibile disprezzo il Procuratore fiscale, che ineccitabile lo riceve come il serpe che ha ingolato lo scoiattolo, con gran voce prese a dire:
—Assista Dio! Non so, incominciando la presente orazione, se in me sia maggiore la maraviglia, o il rammarico, ma certamente mi perturbano gravissimi ambedue; imperciocchè, prima di esercitare lo ufficio della difesa, mi trovi costretto a richiamarmi alla mente il ministero dell'accusa. Il procuratore fiscale, se l'antica dottrina oggi non è venuta meno, come difensore della legge preordinata alla sicurezza di questo umano consorzio, deve procedere nelle sue conclusioni severo, ma senza acerbità; solerte, ma senza furore; arguto, ma senza perfidia; e chiunque altramente costuma, a viso aperto gliel dico, le parti usurpa del carnefice, e forse fa peggio. Come pertanto ho potuto ravvisare io il difensore della legge nel magistrato, smanioso come la pitonessa sul tripode, invaso dal demone che l'agitava? E fu mala cosa. Come riconoscerlo io, quando ricavò dai fatti conseguenze malignamente sofistiche? E questa fu più brutta ancora. Come raffigurarlo allorchè udii storcergli i fatti, alterarli, e, quasi ciò gli paresse poco, supporne dei falsi, o immaginarne dei non veri? La quale, a parere mio, fu bruttissima. Non vi commuovete, signor fiscale, sul vostro seggio, perchè io quanto dico intendo provarvelo…
E questo il Farinaccio diceva per figura rettorica davvero, imperciocchè ei se ne stesse tranquillissimo; anzi si guardasse le unghia delle mani, per vedere se le fossero ben nette. Il Farinaccio continua:
—Voi ardiste descriverci il conte Francesco Cènci come un modello rimasto, mercè di Dio, sopra la terra per far fede della età dell'oro, e scorazzaste i classici, così greci come latini, per foraggiarvi gemme buone a comporne il diadema di virtù, che poneste sul capo al vostro eroe. O pudore! Religioso Francesco Cènci? Certo inauguratore ei fu di sante immagini, ma per bestemmiarle; edificatore e restauratore di templi, ma per profanarli; apparecchiatore di avelli, ma per seppellirvi, siccome egli andava empiamente ogni giorno supplicando Dio, tutti i suoi figliuoli prima di morire. Pietoso Francesco Cènci? Certo piissimo uomo fu egli quando imbandì il convito, nel dì che gli pervenne notizia della strage dei figli suoi; piissimo quando, propinando col bicchiere colmo di vino a Dio, bandiva che dove fosse stato pieno del sangue dei suoi figliuoli, ei lo avrebbe bevuto con maggior devozione del liquore della santissima eucarestia. Queste mostruosità poi non sono immaginate da me, bensì corrono per le bocche degli uomini, e vengono attestate da prelati e baroni di tutto onore degni, che all'orribile festino, convitati, assisterono. A cui era ignoto l'uomo? Voi tutti lo conosceste, e sapete quali e quanti gli si apponessero delitti: forse taluni fra voi lo condannarono; chè il piissimo uomo dell'accusa si trovò a sopportare parecchie condanne, componendo la pena con la Camera Apostolica mercè inestimabile quantità di pecunia. Venite meco, Signori; vediamo un po' questo uomo, per dottrina preclaro, quali volumi, frutto di notti vigilate, egli lasci a edificazione ed ammaestramento dei posteri. Eccoli; il libro delle sue effemeridi, dov'egli, non so se con maggiore inverecondia, o nequizia, andava notando giorno per giorno i suoi delitti. Nè i misfatti di sangue, parlo cose a tutti note, furono in lui i più nefandi. I vincoli che il cuore umano desidera in questo terreno pellegrinaggio per sollievo allo squallor della vita, egli ebbe tutti: amico fu per diventare traditore: si finse amante per sedurre la innocenza, e poi lasciarla in balìa della disperazione: diventò marito per adulterare, padre per commettere incesto. Questi vincoli ei strinse pel talento di calpestarli; prese cognizione delle leggi romane per trasgredirle; le divine conobbe per romperle. Se Francesco Cènci non era, avremmo creduto che Tranquillo Svetonio temperasse lo stile nella calunnia allorquando ci lasciava scritti la vita e i costumi di Tiberio imperatore. Spettava al Cènci di fare agli uomini palese come le immanità di Caligola, di Nerone, di Domiziano, di Caracalla, e di quanti altri mostri Iddio mandò nel suo furore a flagellare la terra, cumulate insieme, potessero superarsi. Tale fu Francesco Cènci; e se io ho calunniato la sua memoria, possa la sua anima in questo momento affacciarsi sopra la soglia del tribunale, e gridarmi: «tu mentisci». O anima sciagurata, dovunque tu sii ascoltami. Lasciando ad altri la cura di rinfacciartelo al cospetto di Dio, io qui, davanti al suo Vicario santissimo, ti proclamo il più perfido e il più infame di quanti scellerati apparvero nel mondo…