—Credi, fanciulla mia, quello che ci rende amara la morte è la paura di morire: la morte in se io non reputa affanno, o almeno ella è breve affanno. I nostri vecchi, nei tempi antichi, per assuefarsi a considerarla come cosa ordinaria ornavano di sepolcri le pubbliche strade, e sovente i giovanetti sopra le tombe dei padri convenivano a favellare di amore. La morte tiene per mano la vita, e così in giro muovono alternativamente dinanzi al tempo. Anche nel discorso dimostravano la morte essere condizione di vita; conciossiachè eglino non dicevano mai: Caio è morto; ma Caio visse, Caio ha concluso il suo giorno supremo, Caio fu. Mi sovviene adesso aver letto come taluno, per tedio di malattia, avendo deliberato morire, astenutosi dal cibo venisse a sanare: non per questo però consentiva a rimanersi in vita; e fatta, secondo ch'egli diceva agli amici, i quali con preghiere si adoperavano ritrarlo dal suo proponimento, ormai tanta via verso la morte, non gli sembrava che la vita valesse il pregio di ritornare sopra i suoi passi.—Se la mia memoria non m'inganna, costui si chiamava Tito Pomponio Attico, ed era amico di Cicerone.
—E perchè dunque, interrogò Lucrezia, sentiamo dentro noi così veemente lo istinto della vita?
—Questo, a parere mio, fu provvidenza della natura; imperciocchè diversamente la creatura umana tanto proverebbe bisogno di disfarsi, che il fine della creazione andrebbe fallito. Vinta che abbiamo la paura, la morte scende sopra i nostri occhi come un sonno allo affaticato. E qual è lo stanco, che non desidera il riposo? Quale il travagliato, che non volesse addormentarsi per sempre?
—Ma invece di mettere tanta paura nella morte, non era meglio rallegrare con un poco più di contentezza la vita? Sempre terrore, sempre paura, e amore mai…
Queste parole favellò Virginia, la miseranda figlia di mastro Alessandro. La Beatrice la fisso dentro gli occhi. I predestinati si conoscono: anch'ella teneva su la faccia impressa l'orma della mano del fato.—Beatrice, rimastasi alquanto pensosa, le rispondeva:
—Il nostro intelletto, Virginia, non arriva a comprendere la ragione di tutte le cose; dov'egli manca aggiuntiamogli la fede, è allora giungeremo a toccare il paradiso.—Qui tirando il filo, le si ruppe; ond'ella, mostratolo così tronco a Virginia, soggiunse:—questo io so dirti, che in qualunque parte si tronchi il filo diventa capo di gugliata. Signora madre, avvertite che le cappe dalla cima hanno ad essere scollate; e se mostreremo il collo, ed in parte le spalle denudate, io spero che i discreti non ci vorranno tacciare d'inverecondia, pensando al festino a cui siamo convitate. Festino, sì, che Dio ne aiuti, dove il rinfresco sarà di capi recisi, e di bicchieri di sangue…
—Ed oh! fosse bastato il mio, che ormai sono vecchia, o sopra la terra più poco ho da stare; ma il tuo, povera figliuola, ma quello dello innocente fanciullo… ahimè! ahimè!…
E il pianto incominciava più procelloso di prima. Tanto soppraggiunse inopinato e nuovo cotesto assalto di dolore, che Beatrice si sentì sgomenta. La costanza, di cui ella aveva fatto procaccio mercè gli esempii e gl'insegnamenti dei filosofi, già stava per venire meno; allorchè, piegando la testa, la percosse il raggio della lampada accesa davanti la immagine della Madonna. Allora ella esclamò:
—Ah! è vero, ed io me ne scordava; quando manca ogni altro conforto, tu sei la stella di tutte le tempeste. La fede o la ragione delle sostanze spirituali, e noi oggimai tocchiamo la porta della Eternità.
E tutte quelle donne di subito levandosi, quasi spinte da un medesimo spirito, rifuggirono alla Immagine celeste come i cigni volano sotto l'ale materne, se gli atterriva lo strido del fulmine: e da quella sorgente inesausta avendo attinto acqua di consolazione, tornarono da capo ad apparecchiarsi le vesti funerarie.