—Giacomo, e coteste tanaglie a che devono servire?
Giacomo non rispondeva, e la più parte dei fratelli della Misericordia sotto il cappuccio lacrimava; ma il giovanetto insisteva inquieto:
—Io lo vo' sapere; dimmelo, su, Giacomo: non creder mica di farmi paura; tanto, che io devo morire lo so.
—E' sono per noi,—rispose Giacomo; e più non potè dire.
—Oh! Io non credeva mai che meco ci fosse bisogno di tanti arnesi; con me è presto fatto; lo vedi, ho il collo sottile come un giunco: il boia non avrà a durare molta fatica, io penso.
Ancora guardò un chiodo, un mazzuolo, ed un tabarro rosso trinato di oro, oggetti tutti che, come corpi di delitto, venivano trasportati sopra una delle carrette per essere esposti al pubblico.
—Giacomo, o non ti par egli cotesto tabarro quel desso che adoperava il nostro signor padre? Decisamente il mantello rosso ci perseguita.
I confortatori, a impedire che l'attenzione del fanciullo vagasse dalla meditazione religiosa, posero a lui come al le tavolette, ch'erano una maniera di cassette di legno in cui intoducevano il capo dei pazienti, tenendone obbligata la vista sulla immagine del Crocifisso, e sopra certe devote orazioni fatte al caso da un dotto e pio cappuccino, incollate dintorno alle pareti. Il fanciullo strillava urlando gli togliessero cotesto ingombro, non gli rapissero quello che Dio solo può dare, la vista del cielo. In questa si notò alla porta del cortile uno agitarsi di gente, uno scansarsi di soldati, e lenta procedere in mezzo a loro una carrozza. Le voci del popolo percuotevano turbinose le mura del carcere come ondate di mare in burrasca:
—Grazia! Grazia!
Un lampo di vita passò dinanzi agli occhi di Giacomo, e la sua testa si sollevò a guisa della cima del pioppo quando è passato il turbine. Dalla carrozza scese l'illustrissimo signor Ventura, il quale presentatosi al cospetto dei condannati, trasse una carta dal seno, e favellò: