Guido mutava i passi tardi, e spensieratamente allontanandosi dalla bara si accostava alla porta della chiesa. Il frate la schiuse, e uscito all'aria aperta con Guido prese a raumiliarlo con blandi sermoni; ma quegli infuriando allo improvviso lo respinse, e muto si cacciò per la campagna là dove il raggio obliquo della luna declinante faceva più spaventevoli le ombre.
Narra la tradizione lontana, che col rinascere del sole si ravvivassero a mille doppii più atroci le smanie nel suo petto, e maledicesse l'ora in cui gli fu impedito recare a fine il suo proponimento; e poichè gli era stato tolto di versare il proprio sangue sopra la tomba dell'amata fanciulla, giurasse propiziare la sua ombra col sangue altrui: immane voto, ch'egli troppo bene mantenne. Fattosi capo di masnada non diventò terribile nella campagna romana soltanto, ma con sottile ingegno insidiò e spense parecchie vite nella stessa Roma, in mezzo a guardie, e perfino nella sicurezza delle domestiche pareti.
Venuto a morte nel 1605 papa Clemente VIII, e succedutogli, dopo il brevissimo pontificato di Lione XI, il cardinale Cammillo Borghese col nome di Paolo V, partecipe delle spoglie della casa Cènci, e da Guido Guerra supposto eziandio complice della strage, gli fece assapere che dettasse il testamento, perchè in un modo o nell'altro per le sue mani aveva a morire. E, come se questo non fosse abbastanza, per rovesciare immensa formidine nell'animo del pontefice si aggiunse il vaticinio di certo astrologo, il quale gli prognosticava vita di breve durata. Ond'egli, dimessi cuoco e scalco, stavasi intanato nel Vaticano, non osando comparire in pubblico; o se talvolta usciva, stallieri armati lo circondavano per dinanzi e di dietro. Se taluno gli porgeva carta o memoriale, ei, per sospetto che fossero avvelenati, lasciavali cadere in terra[1].
Un giorno Guido, contemplando i capelli di Beatrice, vergognò della vita abiettissima che conduceva; ed aspirando a maggiore vendetta, toltosi allo improvviso da Roma si condusse in Fiandra ove durava tuttavia feroce la guerra, che cotesti popoli sostenevano per la independenza e per la libertà, Ma arrivò tardi; e la guerra traendo al termine, dopo il suo arrivo non successe cosa di momento; sicchè in breve si trovò, con inestimabile rammarico, ad essere presente alla pace. Allora si volse a guardare la vita passata, e considerò come tutti i suoi passi lo avessero sempre più allontanato dal sentiero, che pria di morire le raccomandava la donna dell'anima sua. Nè poco valse a mutargli l'animo anche una lettera, che gli scrisse l'antica madre chiamata a miglior vita dalla Provvidenza, la quale, in mercede dell'amarezza di cui aveva contristato il suo cuore materno, lo scongiurava di rendersi a Dio, ed ottenere il perdono dei suoi peccati. Accogliendo coteste voci della coscienza, a lui parve bene non ridursi a poltrire in qualche chiostro annegando il pensiero nella pinguedine e nell'ozio; e pur volendo gratificarsi la Misericordia divina, si recò sull'alpe di San Bernardo, dove per la cura indefessa, e stupendo coraggio mostrati a porsi ad ogni più fiero cimento per la salute dei miseri sepolti dalle lavine, venne in fama di pio come d'imperterrito; e giova sperare che la giutizia placata gli abbia consentito di rivedere, colei, che tanto amava, nella dimora dei giusti.
Dove riposa adesso il corpo di Beatrice? Dalla chiesa di San Pietro in Montorio è scomparsa la Trasfigurazione di Raffaello e con essa la lapide della Vergine tradita. Però il quadro della Trasfigurazione, collocato in sede più degna, riceve tuttavia gli omaggi della posterità; mentre il pellegrino devoto ricerca invano la sepoltura della Beatrice. I frati, come il buon figlio di Noè, affannosi a velare le vergogne della Corte dei Papi, hanno voltato sotto sopra la pietra, e la iscrizione è scomparsa Poveri frati! Troppo gran manto ci vuole per cuoprire i peccati empii, e rei dell'avara Babilonia[2]; nè le memorie cancellansi come le vite, e i marmi. Il pellegrino, cui punge amore, vada a San Pietro in Montorio; si fermi davanti l'altare maggiore oltre la balaustrata. Costà, in cornu epistolae, a piè dei gradini dell'altare guardi la lastra di marmo pentelico, che fa angolo con le lastre laterali: quivi sotto dormono in pace le ossa di Beatrice Cènci vergine sedicenne, condannata da Clemente VIII vicario di Cristo a morte ignominiosa, per parricidio da lei non commesso.
Tanto basterà pel pellegrino devoto, onde ravvisi il luogo ove giace la donzella; ma se non gli fosse sufficiente, aguzzi bene lo sguardo, e leggerà sopra la pietra questo epitaffio, che, sostituito dalla mano di Dio a quello che v'incisero gli uomini, non si cancellerà più mai fino alla consumazione dei secoli:
«L'avara crudeltà dei Sacerdoti ha bevuto il sangue e divorato gli averi della tradita, che giace qui sotto».
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Il martedì seguente, che cadde il 14 settembre 1599, la Compagnia di San Martello, godendo il privilegio di liberare un prigione per la festa di Santa Croce, ottenne si rendesse alla libertà don Bernardino Cènci, a patto, che dentro lo spazio di un anno pagasse scudi venticinquemila alla Compagnia della Santissima Trinità di Ponte Sisto. Come Bernardino, spogliato d'ogni sua sostanza, potesse pagare questi venticinquemila scudi, davvero non si sapeva comprendere; ma la Curia, ingorda sempre, tese uno archetto per tentare di spremere danaro dalla pietà dei parenti, che casa Cènci in Roma ed altrove annoverava nobilissimi, e potentissimi. Fatto sta, che questi venticinquemila scudi non furono pagati; anzi crescendo ogni giorno l'abbominazione nel pubblico per vedere la massima parte dei beni di casa Cènci arraffata dalla famiglia Aldobrandina, il Papa con atto del 9 luglio 1600 ebbe a restituire i figli di don Giacomo nel possesso di parecchi beni confiscati, come quelli che andavano sottoposti a vincolo di fideicommisso, non senza però il compenso di buona somma di danaro, come si rileva dal mandato per transigere conferito a monsignore Ferdinando Taverna, nel quale occorrono le seguenti parole: «Pro aliqua condecentiori Camerae pecuniaria summa per eosdem Iacobi filios persolvenda transigas». Nel luglio poi del 1601, instando più urgente assai la medesima causa, e' fu mestieri aprir di nuovo la mascella al mastino e rendere tutti gli altri predii, tranne lo immenso feudo di Casale di Torre Nova, di cui il Papa era stato sollecito a investire Giovanfrancesco Aldobrandini pel prezzo simulato di scudi novantunmila. Morti Clemente VIII e Paolo V, Luisa Vellia, la valorosa vedova di don Giacomo, alacre a recuperare la mal tolta sostanza dei figli, dimostrata la iniquità di cotesta vendita richiamandosi di notoria ingiustizia sofferta, domanda la restituzione, o la facoltà di dimostrare la frode, e la lesione enormissima dello istrumento contro Pupissa Aldobrandina, Paolo Borghese, ed altri mentovati nella supplica umiliata a Gregorio XV. Altre memorie di queste contestazioni non mi è riuscito trovare; ma le liti fra gli eredi Cènci, Aldobrandini, e Borghese durarono secoli; e non sono bene quaranta anni, che i tribunali di Roma udirono rinnuovarsi l'antica querela fra il Principe Borghese, e il Conte Bolognetti Cènci.
Laddove poi sembrasse a taluno avere io proceduto con leggerezza incolpando di tanta infamia la memoria di questo Pontefice, io vo' ch'egli ponga il pensiero principalmente a due cose, ed è: la prima, che nè nuove nè rare apparirono siffatte infamie nella Corte Romana; la seconda, che quando l'oro del condannato si versa nell'arca del giudice, a questi sta con prove limpidissime chiarire le genti, ch'egli non fece causa comune col boia.