Don Francesco Cènci aveva imbandito un sontuoso banchetto un festino reale in verità. Dentro vastissima sala, di cui la volta appariva dipinta stupendamente dai migliori maestri di cotesta età non ancora interamente corrotta, stavano dirizzate le mense. Intorno alla sala ricorreva un cornicione bianco e dorato, sostenuto a uguali intervalli da pilastri parimente bianchi frastagliati d'arabeschi di oro. Gli spazii da un pilastro all'altro erano coperti di specchi alti meglio che otto braccia; ma perchè l'arte, che allora fioriva a Venezia, non sapeva anche fabbricarli di un pezzo solo, erano connessi insieme in più frammenti; e per cuoprire le giunture con leggiadro trovato vi avevano dipinto amorini, e fronde, e frutti, e fiori, e uccellini di varia ragione, oltre ogni credere vaghissimi: otto porte andavano guarnite di portiere di broccato, di cui il fondo bianco di raso, gli orli in rilievo a fiorami di oro, in mezzo lo scudo gentilizio co' suoi colori bianco e vermiglio.
Tutto, insomma, appariva magnifico; stoffe, specchi e dipinti; se non che la pittura, di scuola bolognese, ostentava dovizia, non potendo oggimai più comparire bella nella sua semplicità.
La Pittura, toccato ch'ebbe con Raffaello il grado supremo della perfezione, decadde secondo il fato naturale di tutte le cose quaggiù. Però in talune la decadenza avviene inevitabilmente, imperciocchè abbiano perfettibilità definitiva; in tali altre, all'opposto, la decadenza è accidentale, essendo di perfettibilità indefinita. La poesia deve annoverarsi fra le seconde, la pittura fra le prime. La ragione poi della differenza parmi questa, che scopo della pittura essendo riprodurre in immagine gli oggetti, tanto più apparisce pregievole quanto meglio esattamente gli ritrae:
Morti gli morti, i vivi parean vivi; Non vide me' di me chi vide il vero [2].
Ma la poesia si feconda non solo dalla percezione fisica degli obietti, sibbene ancora da argomenti del pensiero, e dagl'impeti della passione. Irradiando gli occhi, il cuore e lo intelletto con iride perpetuamente screziata di moltiplici colori, fa sì che sempre varii e sempre inesausti si diffondano i suoni della lira immortale. Raffaello sta come Signore della Pittura, nè per ora alcuno seppe superarlo, e forse nol supererà giammai, essendo singolare la via che conduce a cotesta eccellenza. Molti poi scintillano astri maggiori del canto, però che i pellegrini intelletti nello sterminato firmamento della poesia possano percorrere il volo che il genio loro consiglia, e le ali sopportano.
Io non mi tratterrò a descrivere lo incanto, che nasceva dal profumo dei fiori e dallo sfolgorare dei torchi di cera bianca fitti su candelabri di argento ripercosso le miriadi di volte per gli specchi, pei vassoi, bacili, boccali, urne, vasi, statuette, grotteschi, e argenterie d'infinite ragioni ammirande per dovizia, e per lavoro stupende. I tempi di questo racconto non distano tanto da noi, che di simili masserizie chiunque ne avesse vaghezza non possa farne esame nei pubblici musei. Nelle case dei nostri patrizii adesso non se ne vedono più, o rare; però che le abbiano vendute allo straniero. Che cosa non venderebbero essi, i nostri patrizii, se trovassero il compratore? Presso a questo turpe mercato, benedetto… io sto per dire… sì, benedetto il saccheggio dello aborrito nemico! Il soldato ladro non ti porta via la speranza di ricuperare il mal tolto, nè il desiderio di adoperartivi con tutti i nervi; ma lo straniero che ti compra a patto le reliquie paterne ti compra a un punto un brano del tuo cuore, e tu gli vendi un pezzo di patria! La rapina dispone gli animi a libertà ed a vendetta; la vendita volontaria a servitù. Così gli Spartani punivano meno la violenza fatta alla vergine, che la seduzione[3]; e rettamente: imperciocchè con la violenza si contamini il corpo, con la seduzione il corpo a un punto e l'anima. Oggi nelle leggi è alla rovescia; prova fra mille, che la materia ha vinto lo spirito, e da per tutto se ne vedono segni manifesti.—
Ma io torno allo argomento; chè la mia tragedia desidera discorso non di suppellettili, sibbene di anime e di passioni.
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Don Francesco, con la gentilezza che si addiceva al suo nobile lignaggio, e con la grazia che gli veniva dal suo spirito, accolse i convitati. Eranvi diversi di casa Colonna; eranvi i due Santa Croce, Onofrio principe Dell'Oriolo, e don Paolo di cui fu parlato sul principio di questa storia; eravi monsignore Tesoriere; e poco dopo vennero i cardinali Sforza e Barberini amici, o consorti di casa Cènci, con parecchie altre persone che non rammenta la storia; finalmente, dietro l'ordine del Conte, assisterono donna Lucrezia, Bernardino e Beatrice.
Beatrice vestiva a scorruccio. S'ella non avesse indossato cotesto abito a modo di protesta contra la gioia paurosa del convito paterno, sariasi sospettato che lo avesse fatto con accorgimento donnesco; tanto egli giovava a dare risalto al candore maraviglioso della sua pelle. Per tutto ornamento ella portava intrecciata nelle chiome bionde una rosa appassita, simbolo pur troppo degl'imminenti suoi fati.