Dore Torna il verno. — Le fronde alla foresta Svelle e mena feroce in giro il vento; È triste il colle, la pianura è mesta;[1] Dell'usignolo il melodiare è spento: Il veltro per la notte alza la testa Esterrefatto, e prorompe in lamento; Orrore spira ogni cosa e paura, Sembra che gema Dio su la Natura. Dai campi seminati di umane ossa Torna la squadra, e il trepido sospiro Cessa la sposa amata che si è mossa Al caro amplesso, ed il padre deliro Di abbracciare il figliuol pria che alla fossa Lasci la carne e a Dio l'eterno spiro. Securo che nel dì di morte santo Ei glieli chiuda, or terge agli occhi il pianto. Gino non torna a Oretta. Sventurata! La mano della madre il bianco velo Avea trapunto, e i fior di fidanzata Esultante reciso dallo stelo. Quella mano per morte ora è ghiacciata! Rigido stringe quei fioretti il gelo! La squilla i prodi alle difese affretta; Gino partiva e non tornò più a Oretta. Ei non reddiva più. La disiosa, — Come colei che il suo mal teme, e spera, — Ne fea dimanda: — Il cavalier riposa Nella morte, risposerle; — sua schiera Combattendo perì da valorosa, — Chè co' forti quel giorno Iddio non era. — Volse al ciel gli occhi Oretta, e dolce in atto Disse: — Signore, il tuo voler sia fatto. Buio d'Inferno per lo cielo assembra Notte, e sul mondo per silenzio tetro Solennemente spiegalo, e rassembra Manto di trapassato in sul feretro; E il cupo mugghio del mare rimembra Gente che pianga in lamentoso metro, Nè tutt'uom dentro le paterne porte Dorme il sonno fratello della morte. Per questa notte dubitante e lento Move Gino alla casa del suo amore; Chè giacque offeso e non rimase spento Nel giorno maledetto del furore. La casa è vuota, e sol vi stride il vento; Ond'egli grida in voce di dolore: — Oretta, — Oretta, non ti vedrò più! L'eco dei monti gli risponde — più. Sorge un dì senza sole. Il cavaliere Pallido in faccia e con occhi compunti, Mesto mesto incamminasi al piviere Co' bracci in croce sul petto congiunti. Giunge: — e Oretta dov'è? domanda al Sere; Quei cela il volto, e il campo dei defunti Gli accenna. Ei corre. — Novamente smossa Comparisce la terra di una fossa. È la tomba di Oretta. — Eterno pianto Con la rugiada spargevi Natura... Cessa la umana lagrima col canto Che accompagna gli estinti in sepoltura. Ahi! l'anima quantunque sotto il manto Di Dio ripari, e in lui si faccia pura, Se un pio ricordo l'Angiolo le porta D'alto gaudio anco in Cielo si conforta. Fioria modesto su la tomba un giglio Alla infelice vergine: — lo colse: — Tal tu passasti un dì; — qual mai consiglio Riporrà il fiore ove mia man lo tolse? Chi a rianimare Oretta trarrà il figlio Del soffio eterno ove disio lo volse? Qui Gino tacque: ora riposan l'ossa Di quei due travagliati in una fossa.

Bianca Mesto è il tuo canto, o Dore; è mesto come Pianto di madre che il morto sembiante Del figliuolo involarse per la polve Vede curva sull'orlo della fossa. — Donna del Cielo, ella è menzogna in core Del giusto un seggio aver la pace; e i deschi Fuggire, e i letti, ove riso di pianto Ride, e sonno di spine il fallo dorme? Dore O mia diletta, e può turbar fantasma Di colpa lui che dal tuo sguardo ha vita? Celeste cosa son l'anima e gli occhi Tuoi, e allor che pietosi al ciel li movi, Ogni spirto li segue in paradiso. — Io son tranquillo, — ma di pace stanca. Giaccio, — ma non riposo, — e sento tale Una quiete, che sarà nel giorno Dell'ira, quando staranno il giudicio Di Dio tremendo ad aspettar le genti. Bianca Dal profondo del cor volgiti a Dio; Chiama, e risponderà. — Qual madre sorda Fu al grido dell'infante? A quale afflitto Non sovvenne invocato il sommo Dio? Dore Il libro della vita è scritto: — è fissa Del dolor la misura, e della gioia È destinata, o Bianca: — e noi siam fiumi; Rapidi discorriamo per la china Entro un letto fatal, finchè ne accolga Lo abisso della eternità. Bianca Ma Dore, Voi fate ingiuria al vostro Dio. — Qual mai Fu il fattore che odiasse sua fattura? L'arbore ei dette della vita, e noi Cibammo il frutto della morte; — noi Liberi come il raggio del pianeta. — Se il sapere di Dio conosce il fine. Non però il move; qual uom su la riva Mira la navicella indirizzarse Secondata dal vento al suo cammino. Dore Oh parole celesti! O Bianca, bella Come il sorriso della prima madre Quando innocente si specchiava in Dio; Tu sola degna di parlar dei cieli; Nè cor più puro, nè più santo labro Mai innalzò prece: e che mai dirti io posso? Il mio intelletto vinci, eppur da molti Anni mi è aperto il mio destino. — Bianca Quale Ruppe il velo del tempo, ed il futuro Vide presente? — Forse tu, con arte Che il Cielo aborre? Dore Turbare io la polve Che riposa? — Io turbar l'ossa dei morti Guardimi Dio! — Rammenta i giorni andati In che un tetto copriva i nostri padri, E non violato era l'amplesso, e quella Speme ei nudrivan ch'or contesa è ai figli... Bianca Ahi che rammenti, o Dore! Dore E pur rammenta La notte turbinosa in ch'io, chinato Il capo sul tuo grembo, ascolto dava Al novellare dell'antica Lena... Povera Lena! or non è più: — che Dio Faccia pace a quell'anima. — Repente Fu battuto al castello; — era un Palmiero Che chiedeva per Dio posare il fianco Sotto il tetto dell'uomo. Bianca Oh se il rammento! Coi labbri che baciaro il gran sepolcro Ei mi baciava; — questa ch'ei donommi Portai sempre sul core.[2] Dore Egli accostossi A noi, — la man c'impose: — E voi godete, Disse, il piacer della innocenza, e l'ora Della pace; — ch'ella è di vita il lampo, E le succede tenebra di pianto, Di misfatto di pena e di rimorso... Si volse, e lagrimò; — dal ciglio cadde La lagrima, io l'accolsi, e da quel giorno In questo cuore è viva. Bianca Ei ben si appose: Non siam noi infortunati? Dore Più tremenda Sventura io temo. Bianca Ed è? Dore Perderti, o Bianca. Gran Dio! non sai di quale amore io t'ami, Perchè non fu, nè sarà mai favella, Che valga a dire ogni pensier di amore. — Odi visïon che testè m'apparve. — Suonata era la squilla degli estinti, Ch'io fui tratto in misterioso sogno. — Pareami uniti andassimo l'amore Nostro a sacrar nel tempio: — il guardo volsi Su i comitanti, e non conobbi amico, Ma strani tutti; — aveano intento il ciglio, La pupilla velata; — al tuo bel volto Il raddrizzai, — tu non avevi il serto Di sposa, — eran viole; — e già sospeso Tenevi il piè per valicar la porta, Quando dall'alto tal mosse una voce, — Di tua madre era voce: — Vieni, o amata. Dalla valle del pianto al sen materno, Vieni, ripara in Dio. — E tu sorgevi, Qual portò la colomba olivo al giusto, Nel gemito dell'anima io ti chiamo, Ma tu non odi, e su le sante piume Di un immenso desio librata, voli Vie, vie più lieve pel sereno azzurro... L'anima afflitta ama seguirti, — scuote Di Adamo il carco, ma nol spezza, e tutta Anelante il dì eterno si dibatte Pei lacci della vita. — Tal mi sveglio Freddo, affranto, dolente, e il corpo e l'alma Sono una piaga. Bianca Se nel cielo è fisso Che sia tale il mio fato, o Dore, vivi, Vivi alla patria, e ad alle cose intendi... Pensa alla madre Italia: — ella sospira Da lungo un figlio di lei degno, — indarno. Pensa all'Italia:... e... qualche volta ancora Deh! pensa a Bianca tua;... ma non sia quello Pensiero di dolor. — Nel ciel beata Godrò di tua virtude, e se mai avviene Nel giorno della gloria un'aura senta Aleggiarti soave intorno al volto. Di': — Questa è l'alma della mia diletta. Che fa omaggio di amor, siccome è dato Ad immortale. Dore Oh! vivrà pria il creato Senza la stella che conduce il giorno. Eppure qui nell'anima mi suona Triste una voce che mi dice: Mai Più con la Bianca parlerai di amore; Mai più la rivedrai. — Quindi al cospetto Di Dio e di tua madre or sii mia donna. Bianca O Dore! Dore Se quest'alma da me fugge, Forza è che vada a secolo immortale Con la tua fede. Bianca O Dore! Dore Ecco l'anello Che dà una sposa al Cancellieri. — Il padre Mio alla sua lo concedeva. — A Bianca Porgelo Dore... Bianca E nol ricusa Bianca; E t'abbi in cambio questo mio. — Dal letto, Ove giacea la moribonda madre, Questo raccolsi e un bacio. — Io con te lieta Il legato divido. — Ecco l'anello; Lasciami il bacio: — pago sei? Dore Son pago. Bianca Omai più rade e pallide pel cielo Fansi le stelle... Intendi?... il sacro bronzo Suona la prece del mattino;[3] sembra Che flebile lamenti su la luce Che sorgerà tra breve a illuminare Le sventure dell'uomo ed i misfatti. Donna del Cielo, ah! tu soave inspira Senso quaggiù; — tu di alcun fiore adorna Questo calle di spine; — i duri sdegni Vedi, e la gente che su questa zolla Si divora incessante. — Alfin la terra La inghiotte, e invano; — chè la nuova schiatta Sorge, e su l'ossa dei padri contende! Donna del Ciel, fa che la via del ferro Oblii la destra, e sol dell'uom si stenda A impalmare la destra. — Oh! non consenta Voce all'ingiuria il varco, e sol le labbia Suonino il verbo della pace; — salve Fratello. Dore Così sia. Bianca Dore, la gioia, Di Dio sia teco. Dore O dolce Bianca, — addio.

SCENA III.

DORE.

Travagliata nell'anima si parte Senza conforto. — Oh pace almeno al giusto! Sul letto della vergine dall'ale Scuota l'Agnol di Dio i sogni vaghi Dei colori dell'iride. — Signore, Se la misura del tuo sdegno è colma. S'è ver che i figli den portare il peso Dei paterni misfatti, — ecco io mi t'offro Vittima espiatoria, — alma per alma, — Sangue per sangue; — fulmina, ma cessa Dalle vendette... e perdona. — Son tristi I figli tuoi... son crudi... ma infelici; E tu sei padre alfine... Dio, perdona!

SCENA IV.

GERI, MANENTE, e detto.

Geri Senti amasio quadrel di amore è questo?[4] Dore Ahi traditore![5] E tu se questa è pena A tradimento. Geri Son morto!... Manente Non senza Vendetta... Dore Oh quanti siete! Iddio m'aiti. Manente E me l'inferno.[6] — Cavalier, mercede Per Cristo! Dore Tolga il ciel, che in te si brutti Ferro onorato: — ti aspetta la scure. — Vivi, e se puoi, ti penti.

SCENA V.

GERI, MANENTE.