Alquanti giorni dopo siffatti casi Lelio e la Fulvia stavano insieme senza mutare parola: il primo trastullavasi con i bottoni del giustacuore ad annoverare le ore, che Ciriaco avrebbe potuto mettere per tornare da Roma; l'altra di tratto in tratto lo sfolgorava con lo sguardo, e non faceva profitto, imperciocchè Lelio non si attentasse per paura a levare gli occhi da terra.
Di repente ecco presentarsi loro dinanzi, introdotto da un servo di casa, certo uomo vestito di nero, vecchio, macilento, di colore oscuro tra il giallo e il cenerino e porgere alla moglie e al marito due carte co' segni esterni di lutto, poi chinato il capo senza dire motto si ritirò. Alla vista di cotesto uomo, che pareva lo inventore del cataletto, al tocco di quelle carte, comecchè per diverse cagioni, rabbrividirono entrambi: aperse Fulvia la sua, presaga di quello avesse a contenere, e si appose; era lo invito ad assistere ai funerali di Paride Bulgarini, che si sarebbero celebrati il giorno appresso in suffragio dell'anima sua.
— E voi andrete? Domandò la Fulvia a suo marito con tale uno amaro sogghigno, che mal si potrebbe dare ad intendere con parole.
— Voi vedete come mi trovo ridotto: pel male, che io gli voglio desidero, che a questa ora si trovi in paradiso; e voi ci andrete, Fulvia?
— Sì, sì, sì, e queste tre affermative sonarono così impetuosamente vibrate, che parvero tre moschettate percosse nel bersaglio di lamiera di ferro. Lelio si guardò bene di rispondere, nè la Fulvia convulsa potè aggiungere motto.
La Fulvia non dormì la notte, nella vigilia tormentosa sempre invocava Paride; co' più dolci nomi lo appellava, appariva, ed era inebbriata di amore e di dolore. Ora come avveniva questo? — Favellando un dì temporibus illis di amore con la mia nonna, femmina saputa quanta altra mai in questa ragione faccende, mi disse, per mio governo, che difficilmente si acquista amore da donna, che per te non senta caldo nè freddo; all'opposto più agevolmente, che non sapresti immaginare, da donna, la quale ti professi odio; e ciò perchè anco odiandoti la donna ti serba nella memoria, alla sua immaginativa tu stai sempre presente, e non vi ha cielo, dove così subito si muti il vento come nello spirito di lei. Aggiungi, che la donna, quantunque non disposta ad amarti, pure si trova lusingata dal sapere che tu l'ami, ed alla lunga non può astenersi dal professartene gratitudine, donde propensione, grazia, usanza, domestichezza, e poi mano a mano amore, imperciocchè appunto di due maniere compaiano gli amori, come di due maniere abbiamo assedi, assedio di assalto, dove alla prima scalata pigli la ròcca, e assedio di blocco, dove ti fanno mestiere industria e pazienza infinite. Di fatti il Poeta ha insegnato: che Amore a nullo amato amar perdona; il che vuol dire, che tenendo sempre il fuoco del tuo amore accanto al cuore altrui, questo non può fare a meno, che non avvampi: la volontà non presiede o poco alla genesi di questo affetto, la donna lo patisce circum circa come un tacchino infilato nello stidione, voglia o no, bisogna che arrostisca. Necessità costringe la donna ad amare nella guisa stessa, che nella bussola l'ago magnetico sta rivolto al polo; ma o sospetto, o rispetto o dispetto, o qualche altro movente tolto dal grande arsenale delle passioni, dando una spinta al cuore della donna hanno virtù di deviarlo dallo amore: proprio nel modo col quale agitando la bussola devia l'ago calamitato, ma nella guisa stessa che, quietato il moto, l'ago oscillando torna colà dove lo chiama natura, così il cuore di donna, sgombro ogni affetto men bello, si volge al cuore dell'uomo, che mostra riverirla costantemente, ed amarla. Così m'insegnava mia nonna; se non è vero rifatevela con lei.
La chiesa appariva parata a lutto con le solite rasce nere alle porte, e dentro co' soliti ceri, co' soliti moccoli, e co' soliti preti o frati, che fossero; ci si vedeva il solito catafalco, il solito scheletro, i soliti rami di cipresso; si udirono il solito uffizio da morti, la solita messa, le solite musiche, ed il solito molteplice invocare la luce eterna ai miseri cui fu rapita ogni speranza di luce terrena; ci furono i soliti schizzi di acqua benedetta, e tutto insomma, che anc'oggi si vede, si ode e si costuma: pertanto io non descriverò il funerale. Francesco Guicciardini rimprovera gli storici antichi, massime latini, di avere omesso ricordare molte cose giudicate volgari, e però non degne di essere ricordate, non considerando come per lontananza di tempo, e mutabilità delle condizioni umane, coteste cose potevano riuscire gnorate, e quindi andare del tutto perdute; messer Francesco ha, come quasi sempre ragione; ma ciò non mi persuade a descrivere i funerali per due motivi, di cui l'uno giudico più potente dell'altro: e consiste il primo nel conoscere questi miei scritti destinati a vivere i giorni di Giacobbe sopra la terra, i quali, secondo ch'egli dichiarò a Faraone furono brevi ed infelici, massime ora, che mi mancano le trombe dei Giornali moderati dispensatori di fama perenne così in cielo come in terra. Aimè! poveri scritti miei, pari ai pesci volanti, si levano alcun poco sopra la superficie dell'oceano dell'oblío, ma in breve, asciutte le ale, è forza che ci ridieno il tuffo senza speranza di risorgere mai più. — Il secondo è che, che ormai mi rassegno a vedere preti, frati, messe, e funerali sopravvivere a me ed ai miei libri, sicchè non se ne sperderà la memoria per colpa del mio silenzio. Che importa, che io veda rompere uno errore ai miei piedi, però che come io miro sovente su le mie marine infrangersi onda sopra onda, così ad errore succede senza posa un altro errore? L'errore fu la fascia, che ravvolse ogni uomo nella sua nascita, l'errore sarà il lenzuolo nel quale lo avvolgeranno deponendolo in grembo alla terra. — Che giova nelle fata dar di cozzo? — La mola del destino macina Dei, macina uomini, ma non macina ignoranza; che rimarrebbe a fare? Forse quello, che la moglie di Giobbe consiglia al suo marito: maledici e muori, che l'arcivescovo Martini volgarizza piamente: benedici, ma il testo ebraico dice espresso: maledici: ed una volta a rilevare questa infedeltà si correva rischio di avere qualche tratto di fune, oggi non importa nulla ad alcuno nè manco ai preti, i quali hanno bene altre cose a fare, che a pensare alla religione; ed io pure mi sento meno la balìa di maledire; anzi di ridere: io sto testimone nel mondo del come un uomo possa essere morto prima, che per lui sia giunto il giorno supremo.
Dunque era finito il funerale, ma avanzava un'altra cerimonia, ed era calare il feretro dentro il sepolcro della famiglia Bulgarini posto sotto il pavimento della chiesa, onorevole per lo stemma della casata squartato per traverso, da mezzo in giù con daghe diritte alternate di vermiglio e di argento, dal mezzo in su aquila nera incoronata in campo di oro. Gli stemmi premono anco ai morti, e i nobili stinchi si hanno da presentare al giudizio in calze di seta per non confondersi co' plebei; se ciò non fosse ne andrebbe scombussolato l'ordine dei cieli: ora per lo appunto dal cielo cattolico piovve sul capo dell'eccelso reggimento nostro il domma dell'Ordine e della Resistenza. Il Padre Eterno è il tipo dei conservatori: difatti non si vorrebbe movere mai, quantunque prima di lui altri inquilini abitassero i cieli, e forse, chi sa, il fato cova nei suoi misteri altre divinità a succedergli nelle sedi beate.