.... cadde supina singhiozzando per la pena. (Pag. 98.)
Tutto dunque, nel funerale di Paride Bulgarini, era stato recitato, e cantato, acceso e spento; adesso non rimaneva altro, che calare il cadavere nel sepolcro: pertanto levarono la lapide, e assicurata con funi la cassa, quattro incappati si disponevano a questa ultima fatica; molti già se n'erano iti pei fatti loro, taluni piegati i moccoli se li erano riposti in tasca onde farsi lume per le scale tornando a casa di notte, mentre tali altri avevano superbamente donato i mozziconi ai ragazzi, i quali durante la funzione avevano raccolto le gocce cadenti dalle candele, e dai moccoli nella palma delle mani senza tema delle scottature, con inestimabile dispetto dei frati torzoni, che, nel vedersi defraudati di cotesti sgoccioli, strabiliavano di rabbia. I più pietosi, od anco, se vuoi, i più curiosi però erano rimasti ad assistere a cotesto atto estremo; la Fulvia fra questi. La cassa fu calata, e dal tonfo, che diede, si conobbe che aveva toccato il fondo; la lapide era dai maestri rimessa a sesto, ed aggrappata con le solite staffe; il sacerdote anco una volta l'asperse con l'acqua benedetta, e per l'ultima volta con voce lugubre pronunziò il Requiem æternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. — La Fulvia col velo abbassato su gli occhi stava immobile a capo della sepoltura, Lattanzio a' piedi di quella presso alla lapide accanto al sacerdote: allo improvviso ella levò gli occhi e lo vide.... Dapprima rimase come impietrita, le sue labbra susurravano accenti indistinti, gli occhi balenavano smarriti; le parve, anzi credè che Paride, appena consegnato al sepolcro, ne uscisse subito potente più che mai fosse stato di vita, e di bellezza; certo le sembianze di lui ora apparivano quali le mirò, e se le finse dopo il perdono, che immaginò ottenere da lui, ma questo la consolava poco in paragone dello spavento, che le penetrava le ossa allo aspetto di un uomo appena sepolto resuscitato. La paura poi crebbe fuori di modo, quando guardando per di là i suoi occhi incontraronsi con quelli di Lattanzio; se ne sentì trafitta; con atto disperato si portò la destra al cuore quasi per tema le si sfiancasse; le gambe le mancarono sotto e dubitò sprofondare nel sepolcro donde era uscito Paride; di sè immemore e del luogo, incapace affatto di contenersi, proruppe in altissimo grido, e voltò le spalle per fuggire; senonchè nel moto scomposto il lembo della veste s'inviluppò fra i piedi di uno scanno, per cui di un tratto rimase impedita: allora pensò, che il morto resuscitato l'agguantasse per le spalle a fine di tirarla seco nello avello, e giudicandosi così dall'umano, come dal celeste aiuto abbandonata, cadde supina singhiozzando per la pena. La rilevarono alcuni pietosi, i quali appena miratala in volto esclamarono: «Madonna Fulvia Piccolomini, la signora Griffoli,» e questo grido propagandosi di bocca in bocca arrivò alle orecchie di Lattanzio, il quale si scosse come persona invasa da scintilla elettrica; e visto, che la gente sorreggendo la donna l'avviava fuori della chiesa, la precorse uscendo da una porta laterale, aspettandola sopra la soglia della porta mediana. Colà quanto l'odio ha in sè di più atroce, la rabbia di terrore, la minaccia di pauroso, tutto raccolse nella virtù dello sguardo, e d'improvviso comparendole innanzi glielo lanciò a modo di freccia negli occhi. Allora la donna sgomenta stette per istramazzare da capo; ma presa subito dopo forza dalla disperazione, respinti i soccorritori, si svincola dalle mani loro correndo verso casa quasi ad asilo. Lattanzio, giovenilmente gagliardo, la seguita da vicino, ond'ella si sente dietro le spalle lo strepito delle sue orme; accelera il passo, indarno, perchè più di lei sente accelerarlo lo insecutore, pure trangosciata arriva alla sua magione, picchia, e ripicchia, sto per dire a fuoco, si avventa alle scale, le vola, apre con fracasso le porte fino alle più intime stanze. Quivi gli occorre il marito, che rumina i rimorsi dei commessi delitti, pure meditando a commetterne di nuovi; verso lui ella si slancia, lui aggrappa con l'agonia del naufrago intorno allo scoglio, ed urla da spiritata:
— Chiudete le porte, sbarratele, tirate tutti i catorci; deh! che non passi..... impedite, ch'ei venga, od io mi butto giù dalla finestra.
— Ch'è mai? Rimescolandosi tutto chiede Lelio.
— Lui! lui!
— Chi lui?
— Paride Bulgarini.... lo avvelenato da te.
— Ma non era morto? Non lo seppellivano oggi?
— Già! morto sì; sepolto sì, ma è resuscitato.
— Resuscitato! Misericordia!