— Resuscitato, e mi corre dietro per agguantarmi.... O Dio! O Dio! senti, che vuole entrare.... entra.... dove mi salvo! Trattenetelo....
E questo ella diceva perchè prima udì picchi concitati nella porta, e poi le pedate di uomo, che con passi scomposti si avvicini; nè Lelio compariva percosso da paura niente minore di quella della sua donna; a bocca aperta, e con isguardi appuntati fissava la porta, presago d'imminente sciagura.
La porta sospinta da mano poderosa si spalanca, ed irrompe dentro la stanza Lattanzio; bello come i poeti e gli scultori immaginano fosse bello Apollo quando vibrò le quadrella mortali contro il serpente Pitone: dalle narici dilatate il suo alito fumava, gli si crispavano convulsi tutti i muscoli della faccia, dalla fronte bianca di marmo grondava sudore, e tuttavia conteneva l'ira pronta a traboccare; a mezzo della stanza si fermò, e lento lento disse:
— Scellerati, voi mi dovete la vita di mio fratello, ed io vengo a dirvi, che prima che scappi l'anno, voi me la pagherete....
Lelio si aggomitolò come un baco da seta infratito, Fulvia no, che fece ogni sforzo per rispondere; ma la voce le fece groppo nella gola, e non potè uscire: quando ella riebbe un po' di calma, Lattanzio era sparito.
CAPITOLO IV.
Il Castigo.
A Lelio si cacciò addosso la febbre della paura, onde giudicandosi più sicuro in villa (dove a verun patto non consentì accompagnarlo la Fulvia), colà si ridusse: appena si può con parole significare lo stato miserrimo in cui cadde disfatto dal rimorso, e dal terrore. Quanto a rimorsi alla lunga ci si sarebbe accomodato però che, come il proverbio insegna, anco co' denti guasti si mastica, ma quello che non gli dava tregua era la paura. Pertanto appena arrivato in villa si diede sottilmente a rivedere le mura, le finestre e le porte; le prime tastò per conoscere se per caso in parte fossero deboli, ovvero contenessero qualche vano di gola di cammino, o simile, intonacato alla meglio per non parere, come talora succede, ma le trovò salde quasi di fortezza: alle finestre terrene in fretta e in furia fece raddoppiare le inferriate; porte e finestre del piano terreno munì d'impostoni con nottole da assicurare usci di città; inoltre, appena sonate le ventiquattro, li rinforzava mercè stanghe di querce poste per traverso, ed intromesse nelle buche aperte dentro i muri di sguancio. Molte volte in capo al dì mandava contadini a speculare se scoprissero uomo in cotesti dintorni, ovvero a pigliar fumo se taluno avesse incominciato a bazzicare per quei pressi; nè soddisfatto a tanto, ordinò gl'inalzassero per bene quattro braccia una torretta sorgente sul tetto della casa onde scoprire maggior tratto di paese, e quivi sovente si metteva egli stesso a velettare per ore ed ore. Ogni giorno che Dio mandava in terra, appena la serva tornava dal mercato del prossimo villaggio, egli la sottoponeva a inquisizione, interrogandola troppo più sottilmente del fiscale, che avesse visto, che udito, che cosa ella avesse detto altrui, e che altri detto a lei; visi nuovi ce n'erano capitati? E via, e via. All'ora dei pasti egli medesimo si recava a pigliare acqua alla fontana, alla quale, per trovarsi fuori dell'orto chiuso da muro, si faceva accompagnare da contadini armati, ed egli stesso portava con una mano l'orciuolo, dall'altra il moschetto; più tardi quando la stagione si rese inclemente di per sè l'attinse al pozzo, che gliela dava salmastrosa ed amara, piuttostochè fidarsi ad altri, che andasse alla fonte; presala, la chiudeva nella credenza riponendosene la chiave in tasca. La più parte del tempo stavasi in cucina per assistere alla cottura delle vivande, nè gli bastava, che non se ne saria messo per cosa al mondo un boccone in bocca laddove la serva non le avesse pregustate; ed era argomento di giocondità considerare com'egli per ottenere questo scopo ora vi adoperasse le preghiere, ed ora le minacce, e strattagemmi infiniti: quando non gli sovveniva altro partito ne gittava un pezzo al cane e al gatto, i quali lo assistevano al pranzo a destra ed a sinistra del seggiolone, come il diacono e il suddiacono il prete quando celebra la messa, e poichè gli pareva, che lo avessero senza sospetto rosicchiato come senza danno ingerito, allora si attentava a mangiarne anch'egli. La sera prima di giacersi tirava il chiavistello dell'uscio di camera, ne chiudeva la serratura a due mandate, poi ci appuntellava tavolini e scranne, all'ultimo s'inginocchiava accanto al letto, e sporgendo la candela sguaraguardavaci sotto. Non passava notte che il sonno non gli fosse rotto subitamente da sogni spaventosi, o da altre cause inani in sè, e pure capacissime ad atterrire uno spirito atterrito: certa volta un parpaglione gli prese a zufolare intorno al letto, ed egli immaginò che l'anima di Paride si accostasse a sollevargli le foglie del saccone, ond'ei si levò di un tratto a sedere sul letto urlando da spiritato: «Misericordia! misericordia!» e siccome la farfalla non cessava il ronzìo, ecco si precipita giù dal letto per fuggire; invano, chè lo insetto gli svolazza intorno agli occhi e al naso: fuori di sè, co' capelli come stecchi ritti mena pugni a destra ed a sinistra, finchè la farfalla visto uno spiraglio di luce si drizza verso la finestra dove la insegue Lelio, e ce la chiude spingendole addosso le imposte: allora si udì raddoppiato lo strepito, il quale alla inferma fantasia del Griffoli fece supporre, che la fantasima rotti i cristalli fosse fuggita via; ond'egli grondante di sudore tornossi a giacere, nè ebbe requie mai, chè a destra si volgesse, ovvero a manca, incontrava la faccia di Paride, che gli mostrava i denti in atto di morderlo. Un'altra volta avendo spento la lucerna, e lasciato lo spegnitoio sul beccuccio avvenne, che nel dar volta su le piume urtasse con le coltri la tavola dov'era la lucerna, ove lo spegnitoio cadde, e cascando diede dentro alla colonna di quella, la quale mandò un suono acuto ripercosso dall'eco della stanza. La novità del suono, il caso inopinato ebbero virtù di levare di sentimento il peccatore, che si avvoltolava pel letto mugolando a modo di uomo preso dalla colica: si quietò dopo un lungo anelito ed abbandonandosi sul guanciale con un gemito, che gli partiva proprio dalle viscere, disse: «Oh! che affanno.» Come provvide il cielo, il peso del delitto l'opprimeva; colui che aveva spenta la vita del fratello da per tutto paventava una insidia alla sua; l'avvelenatore temeva in ogni liquore il veleno.