— Questo altro, udite, è vero, il signor Lattanzio ha fatto sopra le lapide del fratello da voi avvelenato un fiero sacramento chiamandone testimoni Dio, ed i Santi, di vendicare sopra voi, sopra me la morte di Paride: se poco mi cale morire, molto mi preme essere non giustamente causa di odio implacabile. Posso curarmi poco dello affetto altrui! Posso, aimè! anco desiderare, tanti affanni mi ha portato! che veruno mi ami; non posso patire, che veruno mi odi. — Io non mi estimo l'arbore donde emana il balsamo, no, ma nè anco soffro sentirmi maledetta come il rovo, che straccia i panni e ferisce le carni: quindi lo ebbi a me più volte, lo supplicai a deporre giù gli odi, e gli sdegni; m'industriai giustificarmi, gli giurai la mia innocenza... che più? Mi genuflessi al suo cospetto per ottenere la pace pel colpevole.
— Ebbene?
— Confermò l'atroce sacramento di vendicare la vita fraterna, dovesse in questa vita dare il capo al carnefice; nell'altra l'anima al diavolo: quanto a me pose il suo perdono a duro patto, gli svelassi l'omicida del fratello...
— E voi mi avete tradito?
— Qual fede doveva serbarvi io? Io non vi ho accusato. E tanto vi basti. Non vantate vincolo di marito; il delitto lo ruppe: veruna legge obbliga la donna a sedersi a mensa con un uomo di cui la mano è assueta a versare veleno nella bevanda, a mettere il proprio capo sul capezzale insieme all'uomo, che può nel sonno agguantarti la gola per istrangolarti: noi siamo diventati stranieri, e come Dio vuole da noi non uscirono figli, che ci tengano legati nostro malgrado... catena di amore fabbricata dal demonio: perchè dunque vi gittate traverso al mio cammino? Se di alcuna cosa vorreste prendervi cura con profitto, sarebbe l'anima vostra. Orsù, Griffoli, a me non conviene, che voi finiate la vita su la forca, e a voi credo nemmeno: dunque parole brevi: vedete... già spunta l'alba... tornate in villa... colà rammentate, che vi si concede vivere... ma ad un patto, ed è, che voi facciate il morto... capite bene il morto.
E proferendo queste parole essendosi destramente accostata alla stanza da letto, ne aperse l'uscio di un tratto, e sparve. Al tempo stesso si presentarono a Lelio Nardino con un altro compagno, il primo dei quali in atto cerimoniale levatasi la berretta gli disse:
— Lustrissimo! La cavalcatura è lesta; l'attende giù a piè dell'uscio.
Lelio capì la ragia, e fatta di necessità virtù si accomodò al tempo: chi gli avesse visto la faccia ne avrebbe avuto paura, così compariva tinta in bile e stravolta, pure se avesse potuto contemplargli l'anima, io non credo, che ne avrebbe sostenuto l'orrore: tutte le atroci passioni esacerbate stavano ritte per nuocere, pari ai serpenti del capo di Medusa allora allora riciso da Perseo; e come quelli ormai incapaci a far danno.
E da cotesta notte innanzi le faccende ripigliarono il consueto cammino, senonchè gli amanti adoperavano alquanto maggiore discretezza per non parere. Però una mutazione accadde in Lattanzio, che non isfuggì punto alla Fulvia, la quale sagacissima donna era, e questa fu, che ora Lattanzio le si mostrava delirante di amore dando in quelle dimostrazioni eccessive, che sogliono costumare gli amanti quando cascano in simile stato di frenesia, ed ora si rimaneva lì freddo e apatico; interrogato rispondeva a vanvera: per cosa al mondo non ci era verso di cavarlo da cotesta astrattezza. Una notte, eravamo nell'ottobre del 1663, Lattanzio si palesò più fantastico del solito, il turbamento, che lo agitava vinceva ogni suo conato per dissimularlo: si rizzava in piedi e passeggiava come se lo molestasse il caldo insopportabile, di repente buttavasi giù a sedere con le mani prosciolte sciogliendo un sospiro lunghissimo: pareva volesse parlare, ma poi si peritava: parecchie volte, dopo avere preso commiato, tornò indietro ad abbracciare la Fulvia, alla quale, che lo interrogava affannata, che mai lo turbasse, egli sul punto di andarsene rispose:
— È destino — e si tirò dietro l'uscio.