La mattina di poi giacendosi tuttavia in letto la Fulvia, l'entrò in camera la fidata fantesca, la quale atterrita, con voce a strappi si mise a gridare:
— Signora, signorina mia, oh! che disgrazia è accaduta! Dio mio! Dio mio! mi sento mancare.
E Fulvia rizzatasi sul letto a sedere:
— Levami di pena, di' su, di' su presto.
— A me non regge il cuore; qui fuori ecci il contadino, permettete ch'ei passi: vi narrerà ogni cosa per filo e per segno.
— Venga tosto...
E il contadino essendosi fatto innanzi come uomo di giudizio spifferò addirittura, che un'ora fa era stato ammazzato il padrone signor Lelio. Forse il villano dalle scarpe grosse, e dal cervello sottile avrà odorato per aria, che alla Fulvia premeva venire a mezza spada senza tanti andirivieni: difatti Fulvia su le prime n'ebbe più maraviglia, che pietà; poi alle istanze di lei continuando a dire il villano, narrò come il padrone per ingannare la noia avesse preso usanza di recarsi alla Frasconaia per uccellare ai tordi, dove pigliava qualche sollievo, quando ecco stamani sul bruzzo uscendo fuori dal boschetto per buttare giù con la ramata i tordi invescati dal vergone, coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe; bene avere sentito le pedate di un uomo, che fuggiva, ma non averne potuto ravvisare il sembiante: essere il padrone rimasto ferito in più parti, massime nella mano; averlo subito trasportato in casa, e adagiato sul letto; comecchè tutti lo giudicassero basìto avere mandato pel prete e pel cerusico; egli messasi fra le gambe la via ad avvertirla dell'accidente per suo governo.
.... coglierlo un nugolo di palle squartate tratte da qualche sicario di dietro alla siepe (Pag. 137).