Quando licenziato il villano, la Fulvia si gittò resupina sul letto, e si pose a meditare sul caso, di un lampo, comprese il tiro venire da Lattanzio; sentì scorrersi un gelo per le ossa, le s'increspò per ribrezzo la pelle; alla catena si alternavano spaventosamente gli anelli ora di peccato, ora di delitto: di volgere gli occhi in su per soccorso non correva più tempo, nè lo avrebbe voluto: detestava la colpa e questa vie maggiormente la stringeva al colpevole.
In così profondo turbamento dell'animo, pure desiderando mantenere le apparenze, si vestiva in fretta per recarsi in villa di poco più di un miglio fuori delle porte di Siena, e già era scesa nella strada, e già teneva il piede nel montatoio per salire in calesse, quando da un lato della via vide una calca di gente, che accorreva intorno ad una barella portata soavemente sopra le spalle di quattro contadini; e mentre stava in asso col piè su la staffa, a cavarla di ambage ecco levarsi un turbinio di voci: — Non è morto! è resuscitato! non lo ha voluto Dio nè il Diavolo come l'anima di Lorenzino dei Medici! Gli è come i gatti, egli ha sette vite!
— È destino! — Mormorò la Fulvia, e accorse incontro alla barella dove riconobbe tutto sanguinoso, e bendato il suo marito; la compassione, che mai si scompagna da cuore gentile, punse la donna, che con voce pietosa favellò così:
— Cristiani! mi raccomando, usate carità, andate bel bello, non lo fate patire, che io poi adopererò con voi la cortesia che meritate.
E la plebe: — Oh! lasci andare l'acqua per la china, gli è meglio perderlo, che guadagnarlo, sia benedetta! La è proprio la mano di Dio, che glielo leva dintorno. Non ha mai dato un Cristo a baciare; gli è una tigna, un cacastecchi, uno spilorcio, un avaro; e via di questo gusto: chè il Romano trionfante al Campidoglio non curasse a' vituperii degli sboccati comilitoni, io lo capisco; forse non gli avrà nè anco uditi, o per cagione dello strepito delle trombe o per l'urlo dell'orgoglio soddisfatto, che più clamoroso delle trombe gli ruggiva su l'anima, ma coteste litanie a cui sente approssimarsi la morte, che lo precipita per una via di sangue dentro il sepolcro, devono tornare amarissime, quantunque l'uomo che le provoca, come quello di Lelio, possa essersi convertito in un nido di vipere.
Non per questo, anzi a cagione di questo, non si ristava la Fulvia, la quale con maggiore istanza che mai, non senza aggiungervi l'atto supplice delle mani, si raccomandava: — Carità! cristiani, carità!
Questa voce udì il ferito, il quale sporta la mano fuori della barella l'agitava: che intendeva egli fare? Chi lo sa? Chi può saperlo? La mano dell'uomo si muove nella stessa maniera, sia che benedica, o sia che maledica. Prossimo al fine, non posso trattenermi per ispiegare enigmi.
Adagiato sul letto, e visitato il ferito da quel medesimo maestro di medicina e cerusico che curò Paride Bulgarini prossimo a morte, fu di leggeri conosciuto, lievi tutte le altre ferite, eccetto quella della mano gravissima. Un pezzo il maestro stette incerto se dovesse disarticolare parecchie dita, ovvero amputare addirittura la mano, entrambi verbi che in buono italiano significano tagliare; e più volte levò il coltello in alto, e poi lo declinò avvertendo come alle cose che non si possono fare se non una volta sola, giovi pensarci due; e di vero parve il fatto lodare il consiglio, imperciocchè lo infermo andò di mano in mano migliorando dando speranza di non lontana guarigione.
La Fulvia, dopochè giacque ferito Lelio, o non volle, o non potè più vedere Lattanzio; forse fu un po' l'una cosa e l'altra; però Lattanzio aveva per così dire notizia di ora in ora della salute dello infermo. Avvi chi afferma darsi una cura più grave di quella che nasce dal commesso delitto, ed è quella, che deriva dal delitto tentato, e riuscito a male; altri all'opposto assicura, che l'uomo si senta come sgravato da un peso enorme quando per fortuna non compì il criminoso disegno: su di che giudichino i savi; io mi contento affermarvi come Lattanzio adesso si trovasse in siffatta condizione di animo. Non usciva più di casa; poco si cibava, meno dormiva, sempre su e giù per la stanza quasi belva in gabbia, aggrottate le sopracciglia, chino il capo sul petto di cui con la manca sorreggeva il mento, e la destra si teneva dietro chiusa a pugno lungo al dorso; tutto in sè rannicchiato; i capegli incomposti parevano avessero lite fra loro; una calza legata, l'altra rovesciata fin su la noce del piede lasciava ignuda la gamba. Certa notte, credo fosse la precedente al giorno della commemorazione dei morti, uscito dalla stanza andò nella camera, dove dormiva un suo fidato servitore, e svegliatolo a cenni lo avvertì, che si vestisse e lo seguitasse, la quale cosa avendo costui fatto, egli lo condusse in camera sua e quivi si pose fitto fitto a ragionare con lui; però a voce tanto sommessa, che si saria udito il ronzio dell'ultima zanzara rimasta viva in onta al principiare del novembre. Ad argomentare dai gesti si poteva credere, che si fossero trovati d'accordo, per così dire, in massima, ed ora si trovassero disformi intorno a negozi di seconda importanza: all'ultimo parvero essersi concertati; allora il servo tornò a dormire, Lattanzio a fare la lionessa; ma all'ultimo la stanchezza lo vinse, e così come si trovava vestito si gittò boccone sul letto a prendere un po' di riposo.
Adesso vuolsi sapere come il servo col quale Lattanzio aveva tenuto la conferenza segreta fosse quel desso, che lo accompagnava armato nelle sue notturne visite in casa Fulvia, e quivi si tratteneva finchè al padrone non piacesse tornarsene alla propria magione; quivi pertanto aveva preso domestichezza, come colui, che si mostrava sollazzevole e motteggiatore, con tutta la famiglia; e poichè il padrone non faceva seco a spilluzzico per tenere allegra la brigata, ed egli era di quelli pei quali tanti ne cresce e tanti ne muore, non è da credersi il bene pazzo, che gli avevano posto, massime l'uomo nero della Signora, di cui il naso tinto in vermiglio raccontava la gloria del vino. Da lui quotidianamente, e spesso più volte il dì, sapeva dello stato di salute del Griffoli, e con lui faceva a scarica barili delle ambasciate di Lattanzio alla Fulvia, e della Fulvia a Lattanzio: insomma per non menare più a lungo il can per l'aia: due anime in un nocciolo. Ordinariamente si davano la posta alla osteria dell'Oca, dove si trovava il miglior vino, che producesse il Chianti, il quale a cotesti tempi godeva men fama, e se la meritava di più che ai nostri, dove il padrone corrotto non ha sofferto che uomini nè cose rimanessero innocenti. Colà bevevano l'oblio dei mali e dei padroni; se tardavano troppo a tornare a casa, colpevoli tutti, eccetto loro. Ormai piegando la ferita, quella della mano, a perfetta guarigione (si erano già chiuse le altre) il cerusico visitava il malato una volta in capo a due giorni avendo commesso alla Fulvia, che lo medicava, uno o due volte al dì gli mutasse le fila stendendo sopra la faldella vie via un po' di unguento di semifreddi, ed avvertisse non fosse stantío; per la quale cosa ella lo mandava a pigliare dallo speziale tutti i giorni la mattina per tempo. — Il dì che successe al colloquio notturno di Lattanzio col servo fidato, questi si pose sul canto di via Volpe, sfiaccolato, fischiando come se non fosse fatto suo; appena visto spuntare di faccia l'uomo nero, se la svignò nascondendosi, poi si rimise alla posta; nè si mosse finchè costui non fosse di ritorno col vasetto dell'unguento in mano. Allora lo abbordò di stianto, e abbracciollo con insolita tenerezza; poi lo invitò di portarsi alla consueta osteria per gustare un vino di Broglio, che pareva stillato dalle benedette mani di Dio; di più ci troverebbe un tocco di presciutto di Casentino, presente di un suo compare, da far piangere di tenerezza non che altri re Erode: non istesse su le smorfie; già pagare tutto lui: cinque minuti più o meno non guastavano, e il signor Lelio poteva pure aspettare; non istava a suo agio? Certo che sì, o non giaceva in letto? Così ce lo conficasse Cristo per tutta la vita! E non saltasse fuori con lo scusarsi, che di mattina non beveva vino, perchè sapeva di certa scienza, che prima di coricarsi aveva cura di mettere il fiasco a canto all'orinale sotto il letto; così parte con le parole, e parte con le braccia lo scarrucolò, lo abbindolò, che l'uomo nero dal naso rosso si trovò ruzzolato nell'osteria dell'Oca, assettato ad una tavola, col fiasco e il prosciutto davanti. Fin lì la mente gli aveva tenzonato fra il sì ed il no, come dice Dante Alighieri; ma davanti a cotesti oggetti della sua tenerezza gli naufragarono volontà e coraggio, e (orribile a dirsi!) primo afferrò il fiasco, si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. — Di pensiero in pensiero, di monte in monte, questo dice messer Francesco Petrarca, ed io di bicchiere e in bicchiere si venne al punto, che l'uomo nero giurava di vedere le stelle e il sole, anzi due soli, e millanta stelle, nè si accorse di aver fatto tardi se non quando messo il fiasco con la bocca in giù mandava stille rade, più rade di quelle che versa l'erede dopo aperto il testamento; allora gli prese la rosa di avere fatto troppo tardi, e salutata la compagnia andossi con Dio. Tornato a casa, a mo' che le anguille vanno, fu accolto dalla Fulvia, che impazientissima lo attendeva con turbata cera, e pure non si attentò fiatare; era mestieri soffrire, imperciocchè quando poniamo i servi a parte delle cose, che non arieno a sapere, perchè le non si dovrebbono fare, il primo guaio, e forse non maggiore degli altri, egli è quello di sopportare da loro qualunque strazio.