.... si versò un colmo bicchiere di vino, e se lo rovesciò nella gola a digiuno. (Pag. 142.)

La Fulvia pertanto tolto di mano a costui il vaso dell'unguento recavasi al letto del marito, che ora in sembianza mansueto le favellava blande parole e benigne: quivi ella con molta prescia si diede a sfasciare la ferita, e intrise le fila nello unguento con avvedutezza lo medicò: poco dopo egli ristoratosi alquanto con brodo, e vino chiuse gli occhi al riposo, onde Fulvia se ne andò ad attendere alle cure di casa. Scoccava per lo appunto il mezzogiorno, e così giusto tre ore dopo la medicatura, che lo infermo cominciò a urlare come un dannato lagnandosi che gli tagliavano, gli segavano, gli bruciavano la mano; accorse tosto la Fulvia, e procurò consolarlo, poi instando egli lo sfasciò da capo, gli mutò le fila scegliendo le più sottili fra le sottilissime, e un po' di refrigerio parve che l'infermo sentisse. Ma indi a poco lo spasimo prese a tribolarlo più veemente di prima; non è da dirsi quanta la smania e lo scontorcersi del malcapitato: si attorcigliava da sè più che le curandaie non aggrovigliano panno per ispremerne l'acqua, e quindi a spazio non lungo di tempo anch'egli diventa in faccia color di cenere, in pelle in pelle trema, si disfà come morto; anco a lui s'infossano gli occhi dentro un cerchio grigio quasi cadaveri dentro le casse di piombo; il sudore gronda giù dalla fronte a pioggia; la voce diventa rantolosa e fioca: ecco le convulsioni orribili, più violente in lui che nel Bulgarini, come quello che non era attrito dalla infermità come Paride; ecco l'umore viscoso gocciolare giù dalla bocca, lo insopportabile fetore; tutto il corpo diventa chiazzato di macchie pagonazze; — anco sopra cotesta fronte la morte ha piantato la sua bandiera come dentro una rôcca presa. Chiamasi il prete o chiamasi il cerusico? Mandisi per ambedue, comecchè si preveda che il cerusico cascava a proposito come il soccorso di Pisa.

Il prete venne, ma accostandosi non potè ricevere altro che il vomito del corpo, e se ei maledisse le dieci volte il moribondo, Cristo lo sa; quanto al vomito dell'anima Lelio se lo tenne in sè, almeno, finchè il prete stette in camera; egli uscito, Lelio a strappi parlò tanto quanto bastava a palesare, che inferno fosse l'anima sua. Dai tronchi accenti si argomentò finzione essere la presente mitezza: odiare Lattanzio, odiare Fulvia, odiare tutti; nel presagio di guarire volere implorare pace, e darla; breve; farsi il commento vivo del Pater noster, appendice alla orazione domenicale; così tranquillarli, ed intanto ammannire il tossico, ed un bel giorno fra le gioie convivali avvelenare come cani quanti erano. Gli assistenti appunto per paura di essere morsi dal moribondo spulezzarono dintorno al letto; sola rimase la Fulvia: e Dio, com'è da credersi, notò codesto atto, che presso lui ha da essere stato lavacro per ben molte colpe.

Ultimo a comparire fu il cerusico sorgnone: costui portava due occhiali sul naso, che parevano due lanterne, se per sovvenire la virtù visiva, o per dissimulare la malignità degli occhi, pendeva dubbio: questo era certo che quando intendeva speculare profondo dardeggiava lo sguardo di sopra agli occhiali. Ed ora di fatto guardava il moribondo traverso le lenti, ed ora la Fulvia a pupilla ignuda, in su ed in giù come fa l'uccello quando beve; ma la Fulvia si manteneva serena sotto cotesto grandinare di mortale sospetto; certo la Innocenza non avrebbe tolto cotesta fronte per insegna alla sua bottega, ma il Delitto nè anco ci avrebbe potuto scrivere: posto preso. Alla fine al cerusico dopo non poca esitanza parve bene non menare scandolo, ed abbuiare la cosa, sentenziando a voce alta: il povero (chi muore è sempre povero, e a patto che tu muoia ti loderanno anco i nemici, e, sto quasi per dire, anco gli amici; così almeno spero, che sarà di me; anzi ne vado sicuro) esser morto di colica intestinale acuta; a voce bassa poi chiamata la Fulvia in disparte, le sussurrò dentro gli orecchi:

— Donna Fulvia, Gesù Cristo quando bandì la sentenza: chi di coltello ammazza, di coltello conviene che pera, nol disse già in modo tassativo, bensì dimostrativo, cosicchè hassi ad intendere di ogni altro arnese o mezzo: nel caso presente intendi così: chi di veleno uccide, di veleno ha da morire.

— Che dite mai, maestro! chi può avergli propinato il veleno se lo custodiva proprio io?

— Voi avete a sapere, donna Fulvia, come la gente non si avveleni già solo per bocca, ma sì anco per assorbimento, il quale avviene mettendo il veleno sopra le carni umane: ora siffatto assorbimento è accaduto celerissimo oltre il consueto, nel marito vostro, perchè aveva il sangue disposto a corrompersi, e perchè il veleno spiegò la sua virtù sopra carni scoperte e inciprignite dalla piaga.

La Fulvia diede in un grido, e si percosse la fronte pure balenando della persona per cascare; la sorresse il cerusico aggiungendole a voce sommessa: — Povera signora, voi non ne avete colpa, lo so; però mettiamo una pietra su tutto; pensate a suffragare l'anima del defunto.