In questa passando il prete, per amministrare la estrema unzione, udì le ultime parole del cerusico, per la qual cosa soprastette alquanto, e voltosi alla Fulvia confermò dicendo:

— Gli è il meglio, che vostra signoria lustrissima possa fare.

E veramente di messe, mortori, ed altri ganci siffatti, per ripescare un'anima cristiana cascata nel pozzo del purgatorio, la Fulvia non fece a spilluzzico; onde salì in fama presso i religiosi così regolari come secolari di pia, di angiolo di bontà, di matrona insomma, la quale, per troppo levarla al cielo, non significava che non si potesse inalzare anco più in su. Per converso, alla stregua che cresceva il favore sacerdotale abbassava quello del popolo: e già il Griffoli era venuto in compassione a parecchi; in ispecie ai mariti gelosi interi e mezzo gelosi, i quali si attentavano, nientemeno, ad affermare che la moglie si piglia per sè e non per gli altri; e che chi cavalca la mula l'ha da ferrare; e che le donne hanno da badare a casa, senza uscir fuori così attillate, e con tanti fronzoli attorno; nè la femmina che costuma a cotesto modo deve lodarsi come pudica, imperciocchè quando anco non sia anco arrivata a casa del diavolo, pure è in cammino per lo inferno; nè si ha a credere, che chi tende archetti non voglia pigliare uccelli; antichi i proverbi, e di quelli proprio buoni: che chi non vuol vendere il vino levi la frasca, e chi imbianca la facciata cerca appigionare la casa.

La quale opinione, in prima latente, divampò poco dopo per un altro anello, che si aggiunse alla catena ribadita dal destino ai piedi di Lattanzio e di Fulvia: questa, quando se lo aspettava meno, sentì essere successa in lei una trasformazione. Qual mai trasformazione? Mi domanda ingenua una fanciulla allevata presso le Suore del sacro Cuore; ed io di cui la Musa crebbe all'ombra della disciplina delle Monache dei santi Pietro e Paolo qui in Livorno (o che credete, che siamo eretici in Livorno? Pensate forse che non si trovino conventi in Livorno? In Livorno ci si trovano benissimo; anzi non ce ne furono mai tanti come ora, che non ci hanno più ad essere; e oltre i conventi qui ti occorre il suo bravo seminario, il municipio, il prefetto, i bagni di acqua di mare et etiam di acqua dolce, i lampioni che mandano talvolta un sospiro di luce, e le scuole dove la luce sta in agonia permanente, la cattedrale in mezzo alla città, la sinagoga dietro, da per tutto are a Venere pandemia, e macelli di buona e di mala carne, e cavalieri dei santi Maurizio e Lazzaro, e taluno della Corona d'Italia altresì: insomma qui cessi pubblici, qui guardie di pubblica sicurezza, qui tutti gli oneri e gli onori, attribuzioni e prerogative di una città civile, compresi due vescovi) mormoro detti segreti: voi tutte lo sapete, o l'avrete a sapere; però a cui lo sa, giudico inutile dirlo, a cui non lo sa, siccome non può tardare a provarlo, ed ella, leggiadrissima, che me lo domanda; forse più presto delle altre, mi permetta che io me ne passi.

Dunque la Fulvia, avendo sentito come in lei fosse successa una trasformazione, mandò a chiamare il Bulgarini con le debite cautele, e tenne con lui un colloquio del quale il sugo fu questo: bisogna, Lattanzio, che, tronca ogni dimora, voi diate un padre ad un figliuolo, ed un marito alla madre; ed egli: — Magari!

Potevano anco qui non precipitare le cose: potevano consultarsi con persone prudenti, e dar miglior garbo al partito: si peritarono a domandare l'avviso altrui perchè lo avrebbero chiesto ad occhi bassi, e loro malgrado la faccia per vergogna avrebbero sentito avvamparsi fino alla radice dei capelli; sposarono di notte quasi paurosi fosse di coteste nozze testimone il sole. E fu notato altresì che le candele accese in cotesta occasione erano servite per una messa da morto pochi giorni innanzi celebrata in cotesta cappella; anzi giusto nel momento, che la Fulvia rispondendo al prete disse: , una di quelle male assicurata dentro lo spunzone del candeliere cascò sopra l'altare e si spense: per uno istante tutti si sentirono ghiacciare di paura; il prete stesso sospese il rito per indagare un po' che diavolo fosse: quanti ci erano presenti ne trassero augurio sinistro. Nei ricordi dei tempi[7], trovo che la Fulvia si costituì in dote scudi 7400, vale dire ventiquattro scudi più di quello, che pel medesimo titolo aveva portato al Griffoli: il matrimonio successe nel giorno terzo di maggio 1663; la Fulvia allora noverava 33 anni, Lattanzio ventisei.

Per questo fatto la opinione pubblica, chè un pezzo stette sospesa sopra il capo loro a mo' di nugolo nero, scoppiò rovesciando ruina. Nella perpetua altalena degli amori e degli odi del popolo, adesso toccava al Griffoli trovarsi in su prossimo al cielo, e gli altri giù vicino allo inferno. Donde mai tanta mutazione? Un po', come sempre suole, per cause buone, e molto per cause cattive: erano buone il poco rispetto al costume, la dimostrazione di cuore spietato contro il morto, lo esempio d'incontinenza, e lo impaziente assettarsi sopra una fossa dianzi riempita come sopra un lettuccio, arnese superlativo pei colloqui di amore. Inoltre tanto non aveva potuto celarsi la cagione della morte del Griffoli, che ormai la notizia non avesse trapelato nella città dove ogni dì pur troppo si andava allargando: le cattive consistevano nello spirito di contradizione, che regge e governa la umana natura. Tutto qui vediamo essere contradizione e contrasto; anima e materia, vita e morte, sereno e procella, dì e notte, pianura e collina, tenebre e luce, libertà e tirannide, e via via; l'uomo poi, contradizione suprema; ed appunto in proposito un Bargagli sanese, bello umore se altri fu mai, mi disse un giorno, che messer Domineddio, presagendo di che panni avrebbe vestito l'uomo, prima creò tutte le cose, e all'ultimo si riserbò a mettere fuori l'uomo, che per lo appunto fu il sesto giorno, perchè dove lo avesse fatto il primo con tanti vetri rotti egli gli avrebbe seminato il terreno, tanti contrasti mosso, con tante contradizioni scombussolato, che a questa ora la opera della creazione non sarebbe anco finita, e i magazzini della Eternità conterrebbero più mondi sciupati, che i magazzini del municipio di Firenze non ha lampioncini per la illuminazione della festa dello Statuto. E perchè tu veda se mi apponga al vero; considera questo: quante volte si commette un delitto, la mente del popolo infellonisce; la giustizia, per non parere, mette le mani addosso a sei, ovvero ad otto e l'ira del popolo si avventa contro tutti; che tutti non possano essere colpevoli a lui non preme cercare nè sapere; se li potesse avere fra l'ugna li ridurrebbe in brindelli in meno che non si dice un credo. Applaude allo accusatore, aizza i giudici a condannare; si dimena inquieto all'esame dei testimoni, i quali attestano in pro dello incolpato, digrigna i denti alla difesa: ecco alla fine la sentenza, che manda al patibolo l'oggetto del suo furore: sarà pago al fine? — All'opposto; adesso avviene una mutazione di pianta: un diluvio di pietà si rovescia sul condannato; per lui accendonsi le candele, per lui si supplicano gli altari, per lui si accatta a fine di accompagnarlo con una buona scorta di suffragi a piedi e a cavallo nel viaggio dell'altro mondo. Nè lo trascurano in questo: marzapani, bianco mangiare, di ogni ragione delicature non gli fanno difetto; chieda e domandi, gli risponderanno a bacchetta: anzi perchè non si dimentichi troppo il condannato della condizione in cui si versa, onde poi non gli riesca fuori di misura angoscioso il ritorno alla realità, procureranno mescere nel dolce un po' di amaro, arte sopra quanti popoli si conoscono al mondo professata dai Veneziani[8]. Pigliano a mordere lo accusatore e i giudici; il difensore torna a galla; il carnefice, forse il più innocente di tutti, inseguono con le contumelie, con la sassaiola ammaccano; potessero, lo ridurrebbero in massa di mota insanguinata. Ma forse questa contradizione non è causa bensì effetto, stando la vera causa riposta in più remota parte, la quale, dubito assai che risieda nello istinto ferocemente naturale dell'uomo di perseguitare; così prima egli perseguitò con la legge, la morale, i tribunali e gli sbirri lo incolpato; adesso, questa vicenda trovando esaurita, piglia il condannato in mano come un flagello e ne percuote sbirri, giudici, morale e legge. O la brutta tragica farsa che si rappresenta da cinquanta o cento secoli nell'universo! Io fo conto che dal primo giorno la venne solennemente fischiata; ma lo Autore avendola trovata buona non se ne diede per inteso, nè per ora fa cenno di calare il sipario.... Vanità di autore è vanità spietata!

Fin qui il cronista; io aggiungo, che Lattanzio prima di partire per lo esilio, avendosi su quel subito eletto a domicilio la città di Lucca, convenne con la Fulvia, che talora sotto mentite vesti sarebbe andato a trovarla: verrebbe notturno fra la mezzanotte e la prima ora del mattino; si annunzierebbe con tre fischi; ella lo aspettasse per aprirgli, o per fargli aprire: non frequente la sua comparsa; una volta forse in capo al mese. Si divisero senza mirarsi, senza pigliarsi per mano, peritaronsi a guardarsi in viso; ognuno di essi temeva di leggere su quello dell'altro la colpa e il rimprovero. Da prima Lattanzio fu puntuale: non iscattava il mese, ch'egli si presentasse, e così durò, finchè Fulvia non ebbe partorito, la quale cosa successe sette mesi dopo la morte del Griffoli, onde il parto fu giudicato suo per virtù dello assioma legale, che pater est quem justæ nuptiæ demonstrant. Le presunzioni generano, e poi fanno le maraviglie se Giunone ingravidò toccando un fiore, e Maria mercè un'ambasciata dentro l'orecchio: dopo la nascita della bambina (che di questo sesso fu il portato di Fulvia), le visite diventarono mano a mano più rade, imperciocchè per quanti sforzi Lattanzio facesse non potè mai baciare cotesta creaturina; si provò una volta a benedirla ponendole una mano sul capo e Fulvia quasi per animarlo a sua posta allungò la destra; ma Lattanzio, avendo incontrato la mano di Fulvia in quella, che stava per posarsi su i capelli della bimba, egli la ritirò vivamente come se avesse tocco un ferro rovente, — e:

— Non ne facciamo niente, susurrò sospettoso; la nostra benedizione potrebbe apportarle sciagura.

Impertanto, quando egli entrava, non levava mai gli occhi sopra la sua donna, ned ella i suoi sopra lui. — Buona sera — diceva egli: — buona sera, — rispondeva ella; ed appressatosi alla culla mirava rabbrividendo le sembianze della pargola, le quali ogni di più arieggiavano le sue. Era un piacere acuto, o se ti piace meglio un dolore soave; nè arricciare il niffo, chè il cuore umano ha più bisticci della lingua, e gli antichi, che se ne intendevano, chiamarono le Furie Eumenidi benefiche (lo attesta Pausania) e le finsero sorelle nientemeno che di Venere, e di questa altro ci ammaestra Epimenide. Lattanzio si genufletteva davanti la culla, e quivi tanto dimorava, finchè un rivo di lacrime non gli uscisse dagli occhi; e certa notte, che gli parve udire singhiozzare la Fulvia favellò soave questi accenti: