— Non ti affannare, Fulvia: le lacrime sono la migliore preghiera per me, — e forse per tutti.

Quando si partiva, lo accompagnava Fulvia fino su la soglia della porta di casa, senza lume, tentone; colà Lattanzio diceva in voce di requiem æternam: — Addio! — a cui Fulvia rispondeva: — Addio!

La fanciullina a cui fu posto il nome Caterina Gaetana, ebbe per comare al fonte battesimale donna Virginia di Agostino Chigi; la Fulvia l'allevò, e la custodì come sanno custodire le madri, le quali dopo avere gustato gli amari frutti della colpa furono purificate dalla sventura, e si santificarono col pentimento. Di veruna cosa tanto pregava Dio, come le durasse la vita per poterla allogare in modo degno di lei; ma sentendosi ogni dì venir meno la lena, giudicò che non avrebbe conseguito questo fine supremo, laddove non si fosse affrettata. A tale scopo se ne aperse con donna Virginia Chigi, moglie che fu di Giambatista Piccolomini e nipote del Papa Alessandro, la quale come svisceratissima sua le propose stringere con nuovo nodo di parentela il vincolo, che già le univa di amicizia e di cognazione fra loro, sposando la Caterina col proprio figliuolo Francesco. Parve alla povera Fulvia toccare il cielo col dito, nè seppe in altra guisa significare la profonda gratitudine, eccettochè col gittarsi nelle braccia dell'amica, e versare copiosissime lacrime. Dava un po' noia la età della fanciulla, che varcava di poco il dodicesimo anno; ma comparendo atticciata e ben complessa, fu giudicato di non cercare il nodo nel giunco: rimaneva ad assestare la dote, ma Lattanzio oltre allo assentire, che la Fulvia dêsse alla Caterina interi gli scudi 7400, chiese in grazia di portarli col suo fino a 15000; e fu tenuta grossa dote, imperciocchè tuttavia corressero costumi nei quali

Non faceva nascendo ancor paura

La figlia al padre, chè il tempo e la dote

Non fuggian quinci e quindi la misura.[9]

Questo Francesco riuscì assai spettabile gentiluomo, ed avendo accompagnato in Francia Flavio Chigi cardinale, e legato a latere, e Sigismondo Chigi nipoti del Papa, assai si trattenne in Corte di Luigi XIV.

La Fulvia dopo questa consolazione si diede intera alle pratiche di pietà: usciva di casa per girsene a supplicare in chiesa, tornava di chiesa per fare orazione in casa; visitava infermi, non respingeva mai poverello di Dio senza averlo con larghezza aiutato; di ora in ora metteva una penna all'ale, che l'avrebbono, secondo la sua opinione, a tempo e a luogo trasportata di volo in paradiso. La vita certo le mancava, pure, se la intensa preghiera non la disfaceva, l'avrebbe tirata in lungo: la prece ardente e continua la consumò. Incominciò a supplicare per Paride, poi per Lattanzio, poi anco per sè, ma terminato questo ciclo, le pareva vedere, e vedeva certo due mani giunte scaturire fuori da un mare di tenebre in atto d'implorare un po' di refrigerio, d'intercessione: cotesta vista la faceva rabbrividire; pensava al naufrago, che presso a dare l'ultimo tuffo solleva a quel mo' le mani su le acque; e allora pregava anco per Lelio. Questo roteare senza posa si rinnovava da prima distinto e completo, poi rotto a pezzi, e il capo ne usciva indolenzito come se lo recingesse una corona di spine; questo dolore sparso mano a mano si concentrò in ispasimo fissandosi sul ciglio destro; ei cruciava come un chiodo fitto dentro l'occhio: difatti lo appellano chiodo solare però che col crescere del sole aumenti l'angoscia, e col declinare diminuisca. Questo fiero malore, che ad altro non saprei rassomigliare che al mal dei denti, nel cervello precipitò il corso mortale della vita di Fulvia: ella morì perdonando a tutti, esaltata dai lumi, dai canti, dagl'incensi ed anco dai singhiozzi dei preti, degl'incappati, degli uomini e delle donne che le stavano intorno al letto: morì contenta, e credè sul serio, prosciolta dal martirio terreno, andare assunta alla pace di Dio. — L'opinione pubblica aveva di già segnato sul conto suo una giravolta, il clero già non la derelisse mai: cosa papale ell'era; e la pietà sua spremuta dal rimorso stillava olio all'altare più della oliva stretta nel torchio; in oltre a lodare la sua munificenza il clero ci trovava il proprio interesse avendo egli considerato, che se la pietà donava alla Chiesa con la mestola, la vanità sbraciava con la pala. I poveri, la plebe insomma, ha confinato la sua tenerezza nei denti: gettale sotto pane da mordere, e ti amerà; ritirale il pane e ti vorrà male di morte. La gente dabbene si stringeva nelle spalle, e diceva: «Povera donna! certo non è stata uno stinco di Santo, ma ha sofferto molto; Dio la perdoni come il mondo l'ha perdonata.»

A Lattanzio, o per moto proprio, ovvero a istanza altrui, il Granduca Ferdinando II concesse lettere di grazia della pena dello esilio; onde quegli tornasse a morire in casa. In città non si fece più vedere: pose stanza in campagna, dove visse solitario, fuggendo ogni aspetto umano, concentrato in sè, raro parlante; veruna cura si pigliava delle faccende sue, poca della persona. Sovente fu visto sdraiarsi sotto un arbore all'ombra, e quando l'ombra cessava egli rimaneva nel medesimo luogo sotto la sferza del sole senza che mostrasse accorgersene; ancora (mirabile a dirsi!) vespe, tafani gli si ammucchiavano sul viso; ned egli, il più delle volte, moveva la mano per cacciarli, tanto il suo spirito vagava dilungato fuori dalla realità della vita, sicchè quando si levava la sua sembianza grondante sangue offeriva anch'ella la immagine dell'ecce homo! Sul cadere delle foglie chiamato a sè il curato della prossima parrocchia, invitollo a pranzo, dove si alternarono fra loro di molti e dotti ragionamenti, che il prete non pure intendeva di divinità assaissimo, ma sì andava non mediocremente ornato di umane lettere. Dopo il pasto recatisi in giardino, Lattanzio di un tratto soffermatosi domandò:

— Che ora abbiamo? Il parroco guardò l'ombra che mandavano gli arbori a sole cadente e rispose: — Le ventuna non possono star di molto a sonare.