— O mamma mia!

— Mira, Paride, tu te ne vai ed io me ne vo teco, e tu sai che il medico prima di dare mano alle medicine attende a conoscere la ragione del male, nel medesimo modo io, che non acconsento che tu te ne vada (di me poco importa), ho voluto pigliare contezza della tua infermità per vedere un po' se ci fosse verso di guarirla. Adesso so dove ti fa male la scarpa... tu ami...

— Non è vero...

— E questo dunque? Soggiunse la Betta mostrandogli il ritratto.

— Non è vero... ch'è mai cotesto? Un ritratto va bene. Di donna? Di donna bella di forme... angelica quasi? Sì certo, e che per ciò? Tu credi che io l'ami, menamela davanti, e chiamami fellone se io non le mordo il cuore.

— Anch'io nel tempo de' tempi diceva così, quando la gelosia mi dava martello, ma quando mi tornava a casa il mio Bastiano non mi sentiva balìa di guardarlo in volto; poi parendomi averlo offeso faceva la penitenza del peccato gittandogli le braccia al collo, e baciandolo piangendo.

— O Betta, non è la gelosia, che mi travaglia, ella mi odia.

— Ti odia? O brutta befana; ella ti odia... ti amerà... ti amerà; io ti so dire che io non sono io, o in capo ad un mese ella andrà pazza di te. Ti amo tanto io, e perchè non ti dovrà amare ella? Ma per principiare a modo e a verso, come si chiama cotesta femmina?

— Ah! il suo nome è Fulvia...

— Chi mai quella, che celebrano regina delle belle di Siena? Un occhio di sole, una rosa imbalconata?