Agl'Italiani, assuefattisi a poco a poco a pagare le tasse e a fare a meno d'ogni alto ideale di patria, adagiantisi ogni dì più nel pensiero bassamente utilitario che oramai coll'acquisto di Roma l'Italia, o bene o male, era fatta, e che quindi agl'Italiani non restava altro che cercare di adagiarcisi ciascuno il meglio che fosse possibile, a questi cosiffatti Italiani non poteva che riuscire molesta la voce di un uomo il quale anche morto non cessava di annunciare il finimondo alla patria. A buon conto, pensavano, di tutte le tristi profezie da lui fatte non se n'era avverata nessuna.

*

Questa, credo, una delle cagioni della poca rèssa che gli editori fecero intorno al libro, dopo la morte dell'autore. Un'altra è, che nel primo decennio dalla costituzione del regno d'Italia la fama del Guerrazzi scrittore andò declinando.

Il Capuana ha detto recentemente che il D'Azeglio, il Guerrazzi e il Niccolini, nello scrivere, quelli i loro romanzi, questi i suoi drammi, non badavano molto all'arte, badavano sopra tutto alla necessità politica; onde, passata questa, non è rimasta di tanti loro lavori nè una pagina nè una scena. Anch'io dissi una volta qualche cosa di simile; dissi che «l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze non erano opere d'arte, erano bombarde e cannoni contro i tiranni e gli stranieri accampati in Italia.» E soggiunsi che «poichè i tiranni e gli stranieri se n'erano andati, non era gran male lasciar dormire quelle bombarde e quei cannoni nelle armerie.» Ora, ripensandoci, mi pare che tanto ciò che dissi io quanto ciò che disse il Capuana non sia molto giusto; perchè potrebbe lasciar supporre che quelli scrittori non avessero avuto un ideale loro proprio dell'arte; mentre l'ebbero e lo proseguirono con tutte le forze dell'ingegno. Altro è dire che il loro ideale non è precisamente il nostro, altro lasciar credere che non ne ebbero alcuno.

E ci vuole un bel coraggio a sentenziare, come ha fatto il Capuana, che delle opere di quelli scrittori non è rimasta una pagina nè una scena; e più ancora ce ne vuole a dire quello che dissi io, che quelle opere non è male lasciarle dormire negli scaffali. Chi dà a noi il diritto di affermare che il nostro ideale artistico è migliore del loro? Che ne sappiamo noi se di qui a cinquant'anni, e forse meno, gli scritti che noi leviamo a cielo non saran gittati nel fango, e quelli che noi disprezziamo esaltati? A buon conto, il Guerrazzi (per restringere a lui solo il discorso) fu un uomo di ingegno straordinario: e noi degli uomini di ingegno straordinario quanti ne abbiamo? Uno forse. Sarei molto impacciato se dovessi trovare il secondo. Noi abbiamo qualche erudito, qualche critico, qualche novelliere, tutta gente di ingegno poco superiore al mediocre; e abbiamo una quantità innumerevole di scrittori che non sanno scrivere. Con tutto ciò parliamo a bocca piena del nostro amore per l'arte, per la grande arte, per l'arte pura; come se cotesto amore fosse qualche cosa che avessimo proprio inventata noi, e come se si potesse essere grande scrittore e perfetto artista, senza aver grandi cose da dire, senza conoscere a perfezione lo strumento necessario per dirle, la lingua.

*

Fra quanti scrivono oggi in Italia, dove c'è uno, se ne togli il Carducci, che conosca la lingua italiana come la conosceva il Guerrazzi? Anzi, dirò di più, quanti ce n'è che la conoscano mediocremente? Pigliamo alcuni di quelli che presso il volgo (ristretto volgo) dei lettori italiani passano per bravi scrittori, di quelli che meritano le lodi delle signore che han passato la quarantina, dei segretari e dei capisezione dei Ministeri, dei maestri elementari e di tutte in generale le persone che si dilettano di letteratura domenicale; e pigliamo de' migliori: il Nencioni, per esempio, il Verga, la Serao (cito i primi che mi capitano sotto la penna). Chi mi sa dire che lingua è quella in cui scrivono costoro? Italiana no certo. E il meno male nei loro scritti sono i barbarismi; il peggio è l'improprietà frequente della parola, e l'atteggiamento del pensiero quasi sempre contrario all'indole della lingua nostra. La barbarie dilaga terribilmente e ci trascina tutti senza che quasi ce ne accorgiamo.

Il Nencioni, il Verga, la Serao, se per caso cadranno loro sotto gli occhi queste parole, debbono sorridere; come in sulle prime sorrisi io leggendo le disposizioni a proposito di un lascito fatto dal signor Orazio, un personaggio di questo romanzo, per un premio annuo da conferirsi al giovine autore della miglior poesia in conforto o in lode di qualche virtù guerresca. «Queste raccomando, diceva il signor Orazio, abbiano ad essere le norme del giudizio e del partito. I commissari considerino prima di tutto la purità della favella, in seguito l'altezza dei concetti, per ultimo la novità e lo splendore delle immagini.»

«Una sola locuzione, ed anco una sola parola straniera sarà sufficiente a rendere la composizione immeritevole di premio, quantunque per altri lati possa comparire degnissima.»

Già, io sorrisi; ma dopo aver sorriso pensai quanta precisione di linguaggio, cioè di pensiero, c'è nella prosa del Guerrazzi in paragone di quella del Verga o della Serao; e il Nencioni, dopo aver sorriso di me, ricorrendo con la mente al tempo ch'eravamo giovani insieme, penserà che non per nulla s'è stati amici pedanti. La volpe perde il pelo, ma non il vizio.