Quanto ad Omobono, allorchè seppe la morte di Orazio, si strinse a dire che era stata una morte economica, da vero padre di famiglia.
Isabella, valorosa donna, dominando la passione che la travagliava, in cotesti frangenti ebbe avvertenza a tutto: qualcheduno l'appuntò di durezza di cuore, ma se costui l'avesse vista ritirarsi, appena le capitava il destro, nei più segreti penetrali della casa a sfogarsi in pianto, e dal pianto desumere costanza per durare in mezzo a tante tribolazioni, certo si sarebbe morso la lingua; ma pur troppo la va così, le virtù chiassose e volgari si comprendono e lodano, le profonde e le insolite non si capiscono, od anche si calunniano. Quando le parve tempo, la egregia donna mise sotto gli occhi del marito un foglio, che Orazio aveva scritto nella notte, che fu l'ultima del viver suo: ella aveva curato che i desiderii dello zio, nella parte che non pativano dilazione, sortissero il compimento.
Il foglio pertanto diceva così:
Marcello, da parecchi giorni mi si è cacciato addosso uno sfinimento insolito, il quale, aggiunto agli anni ed ai disgusti che provo, giudico addirittura precursore del mio prossimo fine. Manco male: non ho affrettato nè temuto la morte; e quantunque a costei non sia mestieri dare licenza, pure io le concedo accomodarsi come meglio le pare e le piace; che posto ancora che il Tempo in capo ad ogni mezza notte mi venisse snocciolando ad uno ad uno un sacco di giorni sonanti e ballanti, come marenghi nuovi di zecca, io a quest'ora mi sentirei più che disposto a dirgli: basta. Ed altresì ho da dirti che da un pezzo in qua ogni notte mi sogno Betta, che cammina davanti a me, per una via lunga lunga, e di tratto in tratto si volta come per aspettarmi: decisamente egli è tempo di andarcene.
Non ho voluto dettare testamento, imperciocchè questo mi paresse sempre, e in vero egli sia, un mezzo legittimo per levare la roba a cui va: tu per via dell'adozione fatta in buona regola essendomi diventato figliuolo mi succedi in tutto e per tutto. Prima che il cielo benigno e la virtù nostra ci deliziassero con le beatitudini del regno italico, costumava pagare per le successioni tra ascendenti e discendenti un tenue diritto fisso; oggi non è più così, e il figlio succedendo al padre deve contribuire una gabella proporzionale sul valore della eredità; il quale dazio in compagnia dei suoi fratelli già nati e dei nascituri costituiscono in pro del Governo quel comunismo che perseguita a morte in altrui per creare a sè un monopolio; nella stessa guisa, che da esso imprigionansi i gallinai per raccogliere solo la vendemmia del gioco del lotto.[11]
Io pertanto sul limitare della morte chiedo con tutto il cuore e con tutta l'anima perdono a cui me lo può dare, per avere creduto che la causa del popolo potesse senza pericolo commettersi nelle mani del principe. Bestia carnivora è il principe; anco il Gioberti lo ha scritto, ed io ho ripetuto più volte e ripeto.
Ti scongiuro dunque, o Marcello, di non servire, nè concedere che veruno dei tuoi figliuoli serva principe, perchè ho conosciuto a prova come il principe considerandosi di schiatta diversa dalla tua, e senza fine superiore a te, tutto quello che gli potrai fare di bene, quantunque con grave tuo incomodo, ei terrà per tributo dovutogli, onde non crede avere a professartene gratitudine, nè può sentire amicizia per te; e venendo il caso, il quale o presto o tardi non manca mai, che l'interesse del principe si abbia a trovare in contrasto con quello del popolo, allora se parteggierai pel principe, il popolo ti odierà addirittura come parricida e assassino, ovvero ti scoprirai favorevole al popolo, e il principe ti affibbierà, niente meno, che la taccia di traditore.
Nè, procedendo amico al popolo, tu hai da augurarti andare immune da fastidi: accade sovente che taluno paia padroneggiare il popolo, mentre insomma egli n'è servo, e di servitù peggiore di ogni altra, imperciocchè stando col principe tu servirai un padrone solo, mentre seguendo le parti del popolo ti troverai a servire tutti. Il popolo poi stima davvero averti eletto capo quando ti ha attaccato alla sua coda; nè ciò mica per malizia, ma sì perchè in buona fede reputi che la tua signoria deva consistere nel procurargli subito quanto gli frulli per la mente: per la quale cosa tu spesso lo udrai rinfacciarti ingenuamente il benefizio che ti fa di cavalcarti da mattina a sera finchè tu gli sia crepato fra le gambe.
Mi ricordo, ma le sono storie vecchie che oggi non usano più, come certa volta un Curiazio tribuno della plebe, essendo caro grande in Roma, proponesse una legge, che a diligenza del Senato si mandasse fuori a comperare grano, la quale avendo Scipione Nasica combattuto come improvvidissima, avvenne che la plebe pigliasse a tumultuare, onde egli con gran voce esclamò: «tacete voi altri del popolo, che io so troppo meglio di voi quello che convenga alla vostra salute.» Attestano che i romani allora tacessero, il popolo adesso lo avrebbe preso a sassate; e se tu domanderai se avrebbe avuto torto o ragione, dirò che la sconfinata diffidenza presente del popolo corrisponde all'antica sua sconfinata fiducia: tante volte abbindolato e tradito, si rassomiglia al cane, che scottato dall'acqua calda teme la fredda.
E poi tu nota questo, che il popolo ravveduto chiede talvolta perdono e piange: il principe non chiede perdono, nè piange mai: vero è bene che la riparazione del popolo, se mai arrivi, arriva tardi: non importa, che tu prima di chiudere gli occhi al giorno la prevedi, e nel presagio di quella consoli l'anima afflitta. La coscienza aprendoti la nebbia del futuro ti fa manifesto come i semi di sapienza e di amore sparsi da te frutteranno più tardi, ma inevitabilmente per la umanità, la quale, per tardare che faccia la stagione di mettere dentro la falce, non perde la messe.