— Lascia stare il cane che dorme; come sai, danno del pubblico non ce n'è stato, chè roba da gabella non portiamo noi; e badiamo a non farci altre stincature, — parlava il Luridi, fiutando l'aria, ormai ritroso di spencolarsi più oltre pel Faina; il quale si coperse con le mani la faccia bagnata di freddo sudore, e maligno com'era incominciò a sospettare della fede dei compagni: — Poveri (egli abbacava nel suo cervello) crivellati da debiti, essi si vendono per necessità, ed anco per boria di comparire, però che essi si sentano così abbietti, che quando taluno li ricerca in compra, se ne tengano come di onore. Ah! li disegnava a pennello colui che disse: «Giuda vendè un Cristo per trenta denari, ed essi per un denaro solo venderebbero trenta Cristi: dove mai salissero sur un fico, non ci monterebbero già, come Giuda, per impiccarcisi, bensì per cogliervi i fichi maturi e mangiarseli.»
E così avrebbe chi sa per quanto continuato, se la coscienza, come il cane da pastore insegue il lupo, non gli correva dietro gridando: e tu, mascalzone, non sei dei loro?
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— Bene arrivati! — disse il marchese facendosi allo sportello, il quale aperto, ed aiutati i sopraggiunti a scendere, soggiunse: — Favoriscano qui in casa; l'aria punge stamane, e penso non tornerà loro sgradevole confortarsi lo stomaco con una refezioncella.
Assentirono, in silenzio si ristorarono, ed in silenzio si condussero poi sopra un prato dietro la villa. Il Faina ed i compagni suoi non si diedero altramente pensiero delle armi che avevano seco loro portate, onde il colonnello si trasse innanzi con un mazzo di fioretti senza bottoni, forbiti e nuovi, affinchè i testimoni scegliessero o facessero scegliere al Faina; scelsero essi, che costui se ne stava come una cosa balorda; poi uniti insieme esaminarono il pratello cosparso di uno strato di finissima sabbia; e comecchè ogni sassolino ne fosse stato remosso, pure ne scansarono qualche altro che parve loro male sopra gli altri sporgente: ancora si condussero in certa stanza terrena per assicurarsi se il cerusico si fosse ammannito per ogni evento, e trovarono com'egli avesse disteso sopra una tavola il suo armamentario, sarracchi, seghe, di più maniere coltelli, pinzette e pistorini[19] di varie dimensioni, viti da comprimere, fila, fasce, cerotti, in un catino apparecchiato il diaccio, in un ramino acqua calda; insomma ogni cosa in punto da morire nelle regole per le mani del cerusico, caso mai non avesse stecchito il duellante sul colpo una botta diritta.
Lieta commedia presentava in cotesto momento il Faina, ora ritirando la gamba destra ed ora la sinistra, quasi avesse sotto i piedi carboni accesi; apriva e chiudeva a vicenda l'uno e l'altro occhio, con le mani annaspava, contorcevasi in atti convulsi, per modo tu lo avresti reputato colto dal male di san Vito.
I padrini di ciò non si accorsero, o, come credo, piuttosto non se ne vollero accorgere, e molto gravemente si condussero sul campo: non tirava un alito; il muro della villa, volto ad occidente, rimaneva parato dal sole che allora spuntava, sicchè non ci era da far quistione sul giusto reparto di vento e di luce; Omobono ed il Faina furono posti una ventina di passi distanti fra loro; il primo con una pace da mettere il ribrezzo della quartana addosso al suo avversario, cavatosi il cappello, la veste e il corpetto, ripiegò tutto per bene; il Faina intirizzito non aveva balìa di moversi; solo ad ogni tratto sbadigliava. Allora il Luridi gli si fece da lato, e non senza durezza gli disse:
— Ed ora che gingilli? Sbrigati a buttare giù i panni e vieni a batterti.
— Io non mi batto.... non mi vo' battere.... — borbottava fra i denti il Faina come invaso da improvviso furore. — Birboni!... traditori!... lo vedo bene che m'avete tratto alla mazza.... per invidia.... perchè non vi sentite, quanti siete capaci di legarmi le scarpe....
— Per Dio! sei ammattito Faina.... abbassa la voce.... Oh! che vergogna.... che vergogna!....