— La natura, che diede l'ira al verme stesso, fece sì che la mia pazienza, gittati gli argini, diventasse furore, onde con voce turbata le favellai: Signora, ella è in casa sua, e non fosse altro che per questo, avrebbe dovuto come gentildonna astenersi di trafiggere il cuore di una madre abbastanza desolata. Qui non venni per garrire, bensì per ripigliarmi la figlia. Si compiaccia pertanto di ordinare alla priora del ricovero che me la renda. Se sì, io gliene professerò riconoscenza: se no, duolmi avvertirla che io ricorro difilato al questore perchè provveda ai termini di legge. — La marchesa allora: Le priore dei pii istituti, cara mia, non sono mica serve alle quali si possa comandare; ed io sono patrona, non già padrona del ricovero. Nel confidarle secondo i suoi desiderii la fanciulla, io non feci contratti, nè io per me assunsi obbligo di sorta. L'unica cosa che ella possa fare, è d'intendersela con la priora. — Qui sonò, e comparso subito uno staffiere, ella gli disse: Giovanni, accompagnate questa signora, — e con elegantissimo inchino mi licenziò, ritirandosi in altra stanza innanzi che io le potessi ricambiare il saluto.
Mi avviai frettolosa al Ricovero; sonai il campanello: non risposero; tornai a sonare fino a quattro volte sempre invano: all'ultimo apersero lo sportellino, e domandarono chi fossi e che cosa volessi. Dettolo, mi sbatacchiano lo sportellino in faccia: mi armo di pazienza ed aspetto; dopo lunghissima ora mi venne conceduto l'ingresso. Allora mi accorsi di cosa che mi era sfuggita prima; lì dentro l'aria opprimeva immota e gelata, vero ambiente di sepoltura: anche i mobili presentavano l'aspetto di desolazione, pari agli alberi dei cimiteri, i quali sembra che sentano la inutilità di spargere ombra sopra le ossa destinate al freddo eterno: lì dentro occorre sempre ogni oggetto fermo al suo posto, non coperto mai dalla polvere, la quale, non fosse altro, attesta che in cotesta, o camera o sala, qualcheduno si muove: si giurerebbe che cotesti luoghi sieno deserti, o ci frequentino spettri. Dalla entratura si scorgeva il giardino uliginoso, dove le piante e i fiori sembravano starsi condannati a far penitenza. Rabbrividii, e tanto andai innanzi, che mi rinvenni di un tratto alla presenza della priora. Queste femmine paiono formate tutte sopra un medesimo modello; taluno le disse composte di mozziconi di moccoli avanzati ai mortorî: a me piuttosto, considerata bene la qualità viscosa della loro pelle, parvero fabbricate con la pasta da vermicelli, e appunto come le paste nel colore diverse, voglio dire talune bianche, tal'altre tinte di zafferano: gli occhi reverberi di lumi spenti: insopportabile l'alito, perocchè l'anima, da tanto tempo morta dentro di loro, le renda troppo più fiatose dei denti fradici: il gelo della morte le circonda tutte, ghiaccie le mani, ghiaccio lo sguardo, le parole ghiaccie e chete come falde di neve che senza vento fiocchi; mi entrò più che mai il raccapriccio nelle ossa, tuttavia vinto il ribrezzo presi a parlare. A me parve discorrere, anzi, dottore, ve lo affermo addirittura, discorsi di certo con efficacia; e lo potete credere, se considerate quanto smaniosa mi agitasse la passione materna; poteva pretendere, e non di manco le mie parole sonarono affatto umili, pregai, piansi. La priora non m'interruppe mai, lasciò che nel dire affannato mi rifinissi, e mi accorsi più tardi questo essere stato astuto consiglio per ispossarmi: cessato che io mi ebbi di parlare, ella, ineccitabile, a me terribilmente palpitante rispose in questi accenti: — Arria non ha potuto resistere alla voce che le venne dal paradiso di consacrarsi a Dio: tra la voce del Creatore e la sua creatura, come mai può attentarsi la creta di entrare in mezzo? Se da lei madre si sentisse verace affetto per la sua figliuola, invece di affannarsi, dovrebbe esultare nel pensiero che gli angioli l'avessero assunta al sodalizio della beatitudine eterna.
Cotesto empiastro di zucca essendomi riuscito soprammodo sazievole, la interruppi dicendo che noi altre donne nate e cresciute per uffici diversi non ci potevamo intendere: per me giudicare poltrone le femmine le quali fuggendo il debito di natura e civile si sprofondano nella inerzia e da per loro si condannano alla sterilità: solo chi ha combattuto merita lode presso agli uomini e presso Dio. Chi si anticipa la morte o si sopprime parte della vita non dà prova di virtù. — A queste parole mi parve che la priora palesasse il suo sconcerto diventando più bianca, però quando tornava sul discorrere la sua voce non palesò veruna alterazione; pianamente disse: — Arria avere manifestato alla madre il suo fermo proposito dentro una lettera chiusa, la quale ella le avrebbe fatto recapitare in giornata, ma che essendole ora, fuori della sua aspettativa, capitata dinanzi, si recava a debito consegnarla nelle mie proprie mani. Apersi la lettera con membra tremanti, e con l'anima tremante anche più la lessi, e compresi come l'uredine letale della falsa religione avesse ormai corsi gli steli più delicati di cotesta povera anima...
— Per caso, interruppe il dottore, avreste conservato cotesta lettera?
— Non me ne separo mai, la porto sempre meco sul seno, nella folle speranza che, come l'ardore del mio sangue scalda la carta, un giorno possa scaldare anche il cuore di cui la scrisse.
— Le rincresce mostrarmela?
— Al contrario; prendete.
Il dottore lesse:
«Dilettissimi genitori,
«Per vostra consolazione io vi ho da dire che, appena posto il piede sopra la soglia di questo asilo di carità e di pace, mi sono sentita tutta ricreare. Dio pertanto vi rimeriti del benefizio grande che mi avete fatto, allorchè secondando il mio desiderio voi mi ci avete messo; e come spontanei mi ci metteste, così spero che volentieri mi ci lascerete stare, avendo ormai fermamente risoluto di non lasciarlo più. Varcato di un passo il limitare del piissimo asilo, ecco subito scendermi sull'anima una quiete di paradiso, una esultanza celeste, che si può ben sentire, ma non si può ridire, onde io, sovvenuta di certo dal mio angiolo custode, potei raccogliermi e meditare: — Se tu ti proponi veracemente albergare nel tuo cuore Gesù, hai da procurare prima rinettarlo da ogni immondezza, dacchè in modo diverso a lui parrà ritornare nella stalla ove nacque... Ora come mai puoi presumere di conseguire questo continuando a vivere in mezzo al mondo, se anacoreti ed eremiti ci riuscirono a stento ritirandosi nelle solitudini, dove attendevano notte e giorno nelle discipline, ne' digiuni e nelle orazioni, per purificarsi al cospetto di Dio? Bisogna avere perduto proprio il bene dello intelletto, per credere di ottenere la salute dell'anima vivendo al secolo. Mi sono affacciata sull'orlo della gran caldaia del mondo ed ho dato indietro piena di terrore e di molta paura, conciossiachè io ci abbia veduto bollire dentro la Santa Madre Chiesa, lacerata in pezzi dagli empi, i suoi divini precetti tritati co' si fa del prezzemolo; ci ho visto bollire altresì eresie e bestemmie da fare rizzare i capelli sulla testa allo stesso Lucifero; ci ho visto costole, stinchi e capi dei sacerdoti, semenza preziosissima di Gesù; ci ho visto l'aceto, il fiele, le battiture, lo schiaffo, i chiodi, le spine e la lanciata di Longino ammaniti tutti per la passione dell'angelico Pio nono, martire della fede. Dalla caldaia infernale saltavano su come sonagli i tradimenti, le rapine, i disordinati appetiti della carne, gli omicidi, le ire, le vendette; colà vedevi disfarsi per virtù del fuoco infernale la carità e la fede: fino la speranza ci boccheggiava in procinto di dare gli ultimi tratti. Sì, dilettissimi, gli scellerati hanno ucciso perfino la speranza, conciossiachè una volta strappato Dio, non dai cieli, che tanto non possono gli empi, bensì dal cuore umano, o che cosa starebbe a fare la speranza sopra la terra? Tutti i flagelli di Dio si sono scatenati su questa generazione perversa. O Maria refugio dei peccatori, o Angiolo custode strenuissimo guerriero nostro, o anime benedette del purgatorio, accorrete in nostra difesa! E a me misera chi sovviene? La più parte dei miei si è portati via la bufera. La vanità vinse Eponina, la cupidigia vinse Omobono, la prosunzione Fabrizio, tutti la irreligione. Di Curio, più degli altri fratelli posseduto dal demonio, non si sa nulla, e chi sa che fine ha fatto: voi altri abbracciati al tronco della croce, appena potete reggere, dilettissimi, alla violenza del temporale. Non mi contrastate dunque che io mi offerisca intera, anima e corpo, al mio buon Gesù; egli ha patito tanto per me, che qualunque sacrifizio per parte mia non varrà a compensare nè manco una gocciola del suo preziosissimo sangue e nessuno si attenti incolparmi di abbandonarvi, imperocchè, venite qua e ragioniamo sul sodo: ditemi che cosa vale più agli occhi vostri, l'anima o il corpo? L'anima di sicuro, così per voi come per me; ergo è forza che voi lasciate che io intenda intera alla salute dell'anima, e prima di tutto della mia, conciossiachè la carità, onde sia perfetta, bisogna che cominci da sè stessa, poi della vostra, quindi dei miei; per ultimo di quella di tutti i fratelli in Cristo. Con le mie preghiere vi metterò sotto il patrocinio delle cinque piaghe di Gesù; non rifinirò con lacrime, orazioni, penitenze e digiuni d'impegnare la beata Vergine madre del Signore e tutta la corte Celeste, affinchè ai fratelli miei ed a voi, dilettissimi genitori, non abbia a toccare peggior male che le fiamme del purgatorio, ed in questa fiducia mi pare che mi si spalanchino le porte ed io contempli la gloria di Dio, e possa ringraziarlo di persona della grazia conceduta; o come mi esaltano i cantici degli angioli, come i sacri timiami fumanti nei turiboli di oro dei serafini m'inebriano; troni, dominazioni, potenze, cherubini, arcangioli, io mi abbandono nelle vostre braccia... chi mai dopo avere contemplato il cielo può riabbassare lo sguardo per rivedere la terra?