— E perchè non può?
— Perchè la Crocifissa non si trova più in questo ricovero.
— Ohimè! E come non ci è più Arria?
— Questo apprenderà dove si compiaccia leggere una seconda lettera che la nostra diletta figliuola in Cristo, Maria Crocifissa, scrisse prima di partire, appunto per lei.
— Io per me credo che il supplizio del pillottamento non giunga a pezza quello che pativa io; sentiva le goccie dell'olio ardente cadermi addosso ad una ad una ed abbruciarmi le carni; — una lettera — due poscritti — un inno sacro — una seconda lettera.... ne volete di più? La lettera, eccola qua.... con questa, insomma, mi dice che, per sospetto di trovarsi attraversata nella sua vocazione, aveva risoluto partirsi per Parigi, e quivi nella casa centrale delle suore di carità terminare il suo tempo di prova. Allora non conoscendo più ritegno diedi in escandescenze: — menzogne coteste, urlava da spiritata, Arria là dentro; la seconda lettera scritta allora allora; essermi accorta pur troppo, da una carrozza uscita dal palazzo della marchesa X, la quale mi passò fulminando dallato mentre io mi recava al Ricovero, lei essere stata avvertita della mia venuta; — come dalla lunga dimora a farla aspettare alla porta prima d'introdurla dentro argomentava l'apparecchio forse di ambedue le lettere; per certo della seconda. La priora sempre pacata mi rispose: cotesti essere giudizi temerari, badassi bene che un giorno avrei dovuto renderne conto a Dio..... e come severo! Forse il dovere suo e la dignità del Ricovero imporle il rifiuto di qualunque discolpa alle accuse calunniose; pure per chiarirmi non della sua lealtà, bensì della mia ingiustizia, frugassi a piacere mio il Ricovero, lo rovistassi a bell'agio dalle soffitte alle cantine, mi sincerassi pienamente. — Compresi allora inutile ogni ricerca; ormai l'uccello era volato altrove. La priora, visto l'affanno che mi faceva tremare come vetta, mi si accostava carezzevole profferendomi acqua mescolata con elisirvite, aggiungendo non so che parolette susurrate per modo di conforto. Respinsi da me la donna ed il bicchiere, esclamando: — Qui tutto è veleno! Dio, ti piglio in testimonio che io consacro la mia vita alla ricerca della mia figlia, e mai non mi fermerò fintantochè non l'abbia ritrovata. Ma voi, dite, che siete donna e dovreste sapere amore e dolore di madre che sia, perchè congiurate contro di me? Perchè vi unite con gente iniqua a perseguitarmi? Io non vi offesi mai, e credete davvero ben meritare di Dio e della religione, sacrificando l'anima vostra agli interessi mondani dell'empia setta dei gesuiti? — La priora incrocicchia le dita delle mani, piega alquanto il capo sopra la spalla destra e, levati al cielo cotesti suoi occhi di triglia cotta, non risponde altro che questo: — Signore, io vi offro anche queste ingiurie non meritate in isconto dei miei peccati. — Dio! Dio! E' c'è proprio da ammattirne; o che cosa guadagnano coteste sciagurate a contristare così le povere creature per conto altrui?
— E lo domanda a me?
— Sì, a voi come a persona esperta, e mi professerò anche per questo capo a voi obbligata.
— Ebbene, io le esporrò taluna delle mie opinioni in proposito: abbia la pazienza d'ascoltarmi. Con rispetto parlando, mi è parso che le donne sono per ordinario governate molto dal cuore, dal giudizio poco; quindi penso che nelle azioni loro, non dirò che non ci sia ipocrisia, ma assai meno di quello che si pensi, però possono talora essere di pessima indole e religiose ad un punto: l'amore nelle donne si mescola a tutto: l'amore per esse costituisce la stoffa della vita, le altre passioni ci fanno la balza: quindi vediamo le donne facili ad amare, tenaci a perseverare, massime se la pietà, come spesso succede, o preceda l'amore, od anche gli tenga dietro; nel primo caso la pietà è il lucifero dell'amore, nel secondo l'espero; stella benigna sempre. Ponete mente, le donne più di tutti delirarono per le credenze antiche, e più che tutti insanirono per le nuove: esse non sanno distinguere nulla, nè vogliono; tanto vale per loro la barba del cappuccino, quanto la onnipotenza di Dio. La fede che nella religione precedente alla nostra esse avevano di potere diventare oggetto di tenerezza per gli Immortali, Giove compreso, le faceva andare in visibilio: che importava lo infortunio di Semele? Tutte, veruna esclusa nè eccettuata, avrebbero eletto di stringere nelle proprie braccia il Tonante, vederlo nella terribilità della sua gloria e poi restare incenerite. O ch'egli è poi il caso di Dafne lacrimabile davvero? Se le sue membra diventarono alloro, le fronde di questo albero furono e sono onore d'imperatori e di poeti. Se le donne si staccarono dai numi antichi e vennero ai nuovi, e' fu perchè amore più veemente le vinse: piacque Cristo, bellissimo di forme terrene, spiranti misericordia ed immensa pietà: la tenerezza da lui sentita e dimostrata pei pargoli gli attirò i cuori delle madri: la Maria di Magdala perdonata, l'adultera preservata dalla lapidazione, la Samaritana salutata sorella fecero sì che in lui confidassero quante donne, aborrita la presente abiezione, volessero rigenerarsi e in lui sperassero unicamente per tornare a parte della famiglia e del consorzio umano purificate, riverite ed amate. Però le donne si innamorarono e s'innamorano davvero di Gesù: considerate le loro orazioni, esse grondano propriamente delirio di amore: levateci Gesù e sostituiteci o Nanni, o Gigi, o Tonino, ed ecco che troverete bella e fatta la più ardente lettera erotica che mai sapesse immaginare donna innamorata: anzi, bisogna confessarlo, la più parte di loro vergognerebbe bisbigliare nelle orecchie a Tonino quello che spiattella a Gesù a voce alta; mirate con quanta insistenza pretendono che egli si pigli di riffa anima, corpo et reliqua: sposo e amante, e adorabile ed adorato non rifinisce mai appellarlo. Ponete mente anche a questo: i preti, piloti solenni nei pelaghi donneschi, da prima effigiarono i simulacri di Cristo e dei Santi orribili a vedersi, ma considerando poi come le donne torcessero il viso dai Giovambattista, dai Paoli, dai Macari, dagli Ilarioni e da altri siffatti eremiti affranti dalla penitenza e attriti dal digiuno, dissero: diamo volta al timone, che queste benedette donne fanno il callo anche al terrore, mentre dello amore non si saziano mai, e allora presero ad effigiare i Santi smaglianti di bellezza. Ponetemi una giovane donna a recitare i sette salmi penitenziali ai piedi degli angioli dipinti dal Ghirlandajo, da Raffaello e da Lionardo, e mi direte poi se ella ne diventi devota. I gesuiti, nello scopo di moltiplicare la pesca, hanno di nobile fatto l'arte plebea, fabbricando un flagello di Madonne e di Santi da strapazzo, ma però lustri, imbiaccati, imbellettati e ravviati, come se uscissero allora allora di mano al barbiere. Nei conventi delle monache, caso mai Giuseppe il falegname si attentasse comparire senza facciole in mezzo al bue e all'asino, sarebbe grave scandalo. Non dirò nulla di S. Luigi Gonzaga, nè di S. Stanislao Kostka ed altri simili cavati fuori dal semenzaio della Compagnia di Gesù; nella Novità del Sonzogno non comparvero mai figure di femmine tanto azzimate, come ci presentano i gesuiti questi Santi di loro manifattura. Un giorno al visconte di Chateaubriand frullò pel capo, allo scopo di menare chiasso, di dettare i Martiri e il Genio del Cristianesimo, amara radice donde vennero alla Francia amari frutti, ed eccoti i preti arrabattarsi a fare l'autore amabile in grazia del libro, e il libro in grazia dell'autore, e però ornare il volume del preteso ritratto del Visconte, il quale ricavarono non mica dal vero, potendo il povero uomo, a cagione della sua bruttezza, somministrare testimonianza a coloro che sostengono l'uomo disceso da progenie scimmiesca, bensì dal Byron, giudicato empio come il demonio, ma bello come un Dio. Avvertite altresì come, per insinuare nelle grazie delle signore quel grimo di Pio IX, in fronte delle varie edizioni della sua vita, dettate dal Plutarco St. Aubin, si sieno industriati di mettere al tormento la estetica per dare affetto ed intelletto ad una faccia di vecchia balia, che va a battezzare un bambino. Dunque poniamo in sodo, movente primo delle donne faccendiere in materia di amore essere l'amore, il quale quanto più vola in alto più affatica le penne, sicchè quando ha volato e volato in su e si crede lontano dal paradiso meno di un tiro di schioppo, nel volgere lo sguardo in giù si vede rasentare la terra più che non è verecondo avvertire: le monache di Prato e il laidissimo canonico Ricasoli informino[37]. Dopo l'amore viene la vanità nel cuore di femmina, passione fredda quanto quell'altra è calda: supremo intento della femmina comparire, e siccome per comparire proviamo il dominio efficacissimo strumento, così per conseguirlo ella si affanna con tutti i nervi; potendo piglierebbe potestà principesca, e l'ha tenuta talvolta non meno scelleratamente che sagacemente degli uomini, ma ciò a lei non concedesi tanto di leggieri, che la vanità maggiore degli uomini glielo contrasta; per la qual cosa ella cala sopra qualunque prominenza le si pari dinanzi, che la qualità dello strumento sul quale la passione si esercita non muta in nulla la natura di lei: tanto sotto la corazza di ferro di Achille, quanto sotto quella di barbietola dei ranocchi di Omero, il cuore batte con palpiti eguali: che cosa importa sedere sopra un guscio di noce o sopra una scranna dorata, a patto però che entrambi significhino trono? Che rivela stringere uno scettro, ovvero un mestolino, a patto che ambidue sieno simboli di signoria? Allo scarabeo che rotola nelle sue zampine la palla escrementizia pare di essere glorioso quanto Carlo Magno che stringe nelle mani il globo del mondo. I preti per giunta si studiano indefessi di adulare le donne, e con arte astuta alterano in loro il retto giudizio delle cose, sicchè alla perfine esse giungono a confondere le spille con gli stiletti, i veleni co' biscottini, il fuoco della contrizione col fuoco di legna, e quindi con leggerezza o gravità pari trattano queste e quelle. Dopo siffatte considerazioni ne vengono altre più materiate, non però meno desiderabili: le femmine agiate, dove tengano in convento lo ufficio supremo di priora e di abbadessa, ovvero uno dei capitali, godono delle comodità consuete o maggiori a quelle di cui già godevano in famiglia; le altre poi uscite da basso lignaggio si deliziano in morbidezze non isperate; dove capiterebbero mai se dimesse dal convento? Le più non hanno famiglia; l'avessero, esse repugnanti ci si condurrebbero, e le famiglie repugnanti le accoglierebbero. Uscendo dai conventi, esse se ne tirano dietro la polvere, trista quanto quella dei sepolcri: non più impero, nè obbedienza, stanza meschina, pensione grama: solitarie nelle città, nelle quali esse rientrano a modo dei sette dormienti, non avendo a spendere altro che monete di cuoio. Oltre queste vi saranno altre ragioni, ma l'esposte non le paiano poche: amore rinvestito in passione religiosa, vanità di dominio, saccenteria soddisfatta, bisogno di conservare il bene presente, paura del male futuro.
— Dottore, io sono stata a sentirvi a bocca aperta; tanto è, ho da dirvela, le vostre ragioni mi bollivano pel capo, ma da me non le avrei sapute districare mai; gradite le mie grazie; io vi stimava molto come dottore fisico, ma voi mi avete dimostrato che siete troppo più perito nelle infermità dell'anima.
— Noi altri medici di rado facciamo distinzione tra corpo e spirito: però, come adesso soprappongo l'orecchio al cuore umano, un dì ebbi vaghezza di mettere l'orecchio sopra lo involucro di questo consorzio che piglia nome di società civile per sentire i palpiti del secolo che muore... egli muore e non ci ha rimedio che valga a salvarlo. Bene mi è riuscito estrarre tubercoli e sradicare cancri dallo stomaco, non mai un errore nè una tristizie dal cuore dell'uomo; e quindi a dritto Omero saluta la persuasione divina, perchè in verità non mi è occorso fin qui incontrarla in questo mondo; onde io di quanto ho diminuita la fede alla parola, altrettanto l'ho cresciuta al bistorì; ed ora andiamo innanzi nel nostro racconto.