Pertanto fu giudicato non si frapponesse indugio alla partenza di lei, ma, quattro giorni innanzi a quello in cui Arria doveva mettersi in viaggio, la priora dabbene le portò un foglio da copiare e segnare, il quale conteneva una dichiarazione amplissima della giovane dei benefizi ricevuti da tutti in generale, ed in particolare dalla priora, dalla vicepriora, dal padre direttore del reclusorio, dal padre direttore delle coscienze del reclusorio; breve, a tante sommavano le specialità, che tornavano quasi all'universalità; le virtù di tutti i laudati superavano quelle della bettonica; dilungavasi a sazietà in proteste di riconoscenza, di devozione, di venerazione profonda; confettata ogni cosa nello zucchero di sant'Ignazio di prima qualità. Per ultimo attestava Arria essere stata ospitata nelle varie case pie, e quivi nudrita e vestita sempre per amor di Dio.

A questo punto Arria, non mica per superbia, bensì per istudio di verità, volle notare ciò non sembrarle preciso, imperciocchè quando entrava nel reclusorio ella possedesse collana, orologio, gioielli ed anco parecchi biglietti di banca; alla quale osservazione la priora indispettita rispose: — Miserie! miserie! figliuola mia! e poi ne avete speso il valsente quattro volte e più per voi. — Per me? esclamò Arria maravigliata. — E la priora, con faccia da batterci su le monete, soggiunse: — Certo, per voi, dacchè avendo ridotto tutto in danaro, lo rinvestii in tanto bene, secondo la vostra intenzione, pei vostri poveri morti, sicchè mi stupisco che non abbiate mai udito i fervidi ringraziamenti che essi vi mandano fino dal purgatorio.

Il giorno seguente Arria fu messa in viaggio; per via trovò ogni cosa pagata, perocchè a lei non volesse confidare danaro la previdenza, sospettosa sempre, dei gesuiti; nelle diverse stazioni ella occorse in persona che pareva commessa a spesarla e a rimetterla in cammino. A Milano parimente; perfino la vettura ammannita; il vetturino informato puntuale del luogo dove l'aveva a condurre.

La vita di Arria se ne andava dal suo corpo cheta e perenne, come l'acqua cola a goccie a goccie dall'urna incrinata: diversa in questa dagli altri infermi di mal sottile, ella conosceva benissimo il suo continuo avvicinarsi alla morte: chè se talora favellava di letificarsi nei raggi del sole diffuso pei campi aperti, ovvero bagnarsi il petto nelle aure vitali di primavera, ciò faceva meno per la speranza di goderne, che per acconsentire allo impulso dei contrasti messo dentro di noi dalla natura, la quale ha disposto che a maestro Adamo, trangosciato dalla sete, ricorrano davanti nella immaginazione i ruscelletti freschi dei colli dell'Appennino.[40]

Ora accadde, che affannandosi ella a consolare gli altri, quanto gli altri si studiavano consolare lei, in un dì di settembre, verso la fine, mentre il sole ormai declinando ad occidente investiva lei, il letto e ogni altra cosa che si trovava nella camera, ella, tenendo strette nelle sue le mani della madre e di Eufrosina, che in piedi da un lato e dall'altro le ministravano, con voce piana e soave prese a ragionare:

— Madre e sorella mia, ho sentito dire spesso, e questo ho ancora letto, che la creatura, quando si approssima alla morte, acquista la facoltà di penetrare nell'avvenire. Chi sa? Dio forse, in refrigerio delle tenebre eterne che ci stanno sopra, dona ai moribondi una passeggera accrescenza di lume. Certo è che, quanto vive e splende, si spegne in un lungo alito di vita e di luce; ed io lo provo in me, che, ormai prossima a lasciarvi, mi sembra leggere nel futuro come in un libro aperto.

— Ah! esclamò Eufrosina, portando la mano libera sugli occhi ottenebrati, quasi in testimonio della pietosa illusione della sorella.

Isabella poi null'altro potè che increspare le labbra, come costuma il fanciullo quando fa greppo, non lasciando distinguere se fosse per piangere ovvero per ridere; ma Arria, avendo notato gli atti delle donne, accendendosi nel presagio della sua fede, con maggior lena continuò.

— Eufrosina, in verità io ti dico che tu vedrai il sorriso del bimbo che primo accosterai al tuo seno per nutrirlo... Ah, tu tentenni il capo? Non ci vuoi credere? Ebbene, che vuoi tu scommettere meco che Dio ti farà questa grazia? Tu mi hai a promettere che se quanto ti predìco avviene, tu deporrai una ghirlanda di fiori sopra la mia fossa... bada, veh! odorosi li voglio... le semprevive io non posso soffrire... è vero che non muoiono mai, ma è vero altresì che nè manco paiono aver vissuto mai, e le tombe si allietano se tu le ornerai con un simulacro, e sia pur breve, di vita, non aggiungendo simboli di morte là dove la morte impera nella pienezza della sua desolata dominazione... dunque, intendiamoci bene, sia una corona di rose... od anco di gelsomini o di giunchiglie, io mi contento... me lo prometti? Io lo tengo per negozio conchiuso..... Ed ora perchè piangi? Vedi! i singhiozzi ti levano la parola, e tu non puoi rispondere: ebbene, io risponderò per te: Arria, sorella, io ti giuro che quando vedrò sorridere il mio primo bimbo, allorchè me lo attaccherò al petto per dargli il latte, io verrò a mettere una ghirlanda di fiori odorosi sopra la tua fossa..... E tu, mamma, perchè m'irridi? Certo, il tronco dell'albero reciso dalla radice non germoglierà mai più; ma dalle radici rimaste sotto terra sogliono uscire rampolli, che, a volta loro crescendo, saranno liberali di ombre e di frutti. I morti passano presto, o mamma mia, e quantunque voi porrete in opera ogni studio per non obliare i vostri, pure noi ci affacceremo di tratto in tratto al vostro spirito, mesta e cara memoria, mentre i viventi vi letizieranno continui di gaudio attuale: alle generazioni che cascano inaridite altre ne succedono verdi, foglie dell'albero della vita; così piacque a Dio. Di poca fede! mamma, io ti ammonisco a non dubitare... e sappi che l'ira del Signore contro la mia casa è sodisfatta; io sono l'ultima stilla del calice dell'amarezza; e sento che con la mia morte il terribile conto aperto lassù con la mia famiglia resta saldato... Consolatevi, adesso per voi altre incomincia la giornata del premio.

Il cuore della creatura umana, quantunque talvolta impietri, di granito non diventa mai, ed ancorchè lo diventasse, le rugiade dei cieli hanno virtù di penetrare nei suoi pori; tanto più la divina consolazione giunge a blandire co' tepidi fiati l'anima nostra, comecchè intirizzita dal sido del dolore; onde le donne si sentirono alquanto sollevate.