— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.
— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si fa?
— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.
E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la pena; allora Curio soffiando osservò:
— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega: il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano, tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.
— E se non mi volessi alzare?
— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la seggiola.
— È matto.
— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si regge a mala pena in piedi.
— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la via.