— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle donne...

— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano, sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?

— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del sole. Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana, egli disse, e senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo: bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache, per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi gloriosi di battaglia[18], e precisamente in quel punto l'austriaco ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle groppe del suo cavallo.

Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano: entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta: stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma: «Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato, a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca, che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana, presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti. Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso. Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco, infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese: cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi; alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo; però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: aut, aut, o l'audacia e la celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia, più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo, però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura, tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento, che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io, vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me: gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare; tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi sono partito dal campo.

— Come partito? Sul più bello si parte?

E il sergente, con un suo ghigno amaro:

— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare una mia creatura di sedici anni, che....

— Che mai?

— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.

— E tu, Curio, a che stai?