Capitolo XI.
LA BATTAGLIA DI BEZZECCA.

— Ed ora perchè ti fermi? Avanti! avanti! che assai corriamo pericolo di non arrivare a tempo.

— Lasciami stare, Filippo, perchè è bene tu sappia che adesso penso.

— Di grazia, a che pensi?

— Io penso, vedendo innanzi a me questa formidabile barriera delle Alpi, come l'uomo, circondando la sua vigna di siepe, potesse impedire che la volpe ci entrasse; Dio e la natura, con questa muraglia di monti, che lo straniero penetrasse in Italia non poterono. Col prete in corpo non ci ha redenzione in questo mondo, nè nell'altro; il prete non conosce patria, nè famiglia, nè nulla; con tutti sta e con nessuno. Penso a quel sacerdote, forse più animoso assai di Colombo, che si avventurò su cotesto oceano di rupi, di tenebre e di ghiaccio, non già per iscoprire un nuovo mondo, bensì per trovare lo straniero, il quale, scansate le chiuse di Susa, scendesse libero a calpestare le terre italiche e a spartirle col papa[20]. Penso all'altro prete, e questa volta è il maggiore, che per cupidità trae fino in Francia, e quivi, genuflesso nella polvere, supplica Pipino, ai danni della patria, con le medesime smaniose preghiere che Volunnia pagana adoperò già verso Coriolano, affinchè non la guastasse[21]. Non gli bastando una volta, lo chiama la seconda, e dubitando che alla sua voce obbedisse, non repugna dalla brutta impostura di fargli scrivere lettere di esortazione e di minaccia dallo stesso S. Pietro, proprio di paradiso[22]. Ciò dalle Alpi Cozie, dalle Rezie peggio; di qui calò Ottone alla ruina di Berengario re d'Italia, pei conforti del prete dissoluto[23], che il marito oltraggiato scaraventò fuori dalla finestra; su queste rocce i preti, cacciate le aquile di nido, vi educarono una schiatta d'eroi, eroi sì, ma del servaggio: qui seminarono le ceneri di Caino per raccogliervi larga messe di Giuda: per loro queste Alpi diventarono arnie di cagnotti di straniera tirannide: costoro, quante volte accostarono la bocca alle mammelle della Italia, lo hanno fatto per mordere. Altrove nascono i martiri della libertà, qui è vanto generare i martiri della servitù.

Cosa incredibile a dirsi e non pertanto vera, gli stessi scongiuri del padrone non valsero a cessare in queste creature strane la ubriachezza di combattere per le catene; invano la falce della guerra le ha mietute come l'erba dei prati, chè vi ripullularono più infeste e più spesse delle prime; sacerdoti e laici vennero in questi luoghi a gara di sangue; l'oste Hofer ebbe un emulo solo e fu il cappuccino Haspinger. Ma allora potevano addurre a scusa di loro la causa comune dei tirolesi meridionali e di tramontana; non anco risorta la fortuna italica, e gl'italiani combattenti non per la indipendenza propria, sibbene per la grandezza altrui; adesso però italiani siamo tutti; con quale consiglio, o per quale destino dunque gli ostiari d'Italia si votano agli dèi infernali, per tenere aperte al dominatore forestiero le porte della casa comune? In che li offendemmo noi? Quanti i benefizi del tedesco e quali? Forse uno: lo imperatore austriaco li regalò di carabine atte ad ammazzare i fratelli da lontano.

— Curio, hai detto? Allora, favellò Filippo, adesso ascolta un po' me, che queste faccende intesi discutere molto, ed io da me ci ho meditato assai. Curio, quante volte ti disponi ad azioni generose, guidati co' palpiti del cuore unicamente, e con ambedue le mani chiudi gli occhi alla tua ragione, o torna a casa. Noi o agita un genio, o strascina il fato, e se così non fosse, te lo paleso aperto, non saprei trovare la causa che ci spinge a morire in mezzo a questi orrori. Nota qui: tu hai detto che lo imperatore di Austria donò i tirolesi di carabine atte ad uccidere da lontano; or che penserai del nostro governo, il quale non ci ha provvisto di schioppi neanche capaci per nuocere al nemico da vicino? Rammenta che a quei di Bormio il governo si rifiutò a dare armi pei loro danari. Perchè i tirolesi muterebbero padrone? Perchè si daranno alla monarchia piemontese? Forse perchè questa li butti per giunta sulla bilancia ad aggiustare i pesi, come adoperò con Nizza? A che giova farla padrona delle Alpi Carniche? Forse perchè le getti via come adoperò delle Cozie? Certo l'Austria non fu larga mai, ma per pigliare ai tirolesi si mostrò sempre parca; e tu sai che la generosità dei principi consiste nel lasciarti la camicia, o nel non tôrre, come insegnò l'Alfieri. L'Austria, dopo aizzati i popoli a levarsi contro il padrone, non li consegnò legati per rinfresco, quando fece la pace; molto meno punì con le morti e con le carceri le passioni che aveva ella medesima eccitato, quando cessò il bisogno. Ora ti sarai accorto come la monarchia savoiarda, o chi fa per essa, pretenda, a tenore dei suoi vantaggi, che in meno di un anno ora siamo mastini ed ora conigli; ora tagliamo l'orecchio a Malco, ed ora, toccato lo schiaffo, porgiamo la guancia al secondo; increduli a un punto e superstiziosi, persecutori e intolleranti, divoratori e idolatri dei preti; ora ci aizza a lacerarci col ferro, col fuoco e perfino coi morsi; quando poi le fosse piene di morti fumano sangue, impone che traverso cotesta nebbia cerchiamo a tastoni la mano del nemico e la stringiamo come se di fratello. Quel Claudio, che fece nella mattinata ammazzare a legnate la moglie Messalina, e poi mandava la sera ad invitarla a cena, di petto al nostro governo è Salomone. L'Austria non fu larga mai, pure si legge come alla famiglia del Hofer donasse trentamila fiorini, cinquecento alla moglie e dugento per ognuna delle quattro figliuole, di pensione annua; al figlio Giovanni comperò un grosso podere e lo commise alle cure del consigliere di Stato Kugelmayer, onde, come figliuolo, lo allevasse e istruisse. Tu sai la monarchia savoina in qual modo ricompensasse la famiglia del Micca, che si consacrò alla morte per la salvezza di lei? Due razioni di pane; si dà di più ai cani! E al Garibaldi, come si mostrò ella grata? Il Garibaldi le donò due corone, e sovente penuriò di pane; ma che non gli desse niente non si può del tutto dire: in Aspromonte ella lo pagò in moneta di piombo. Rammentati che molti, i quali misero a repentaglio la vita per costruire il trono italiano, sono morti di fame; taluni, per eccesso di miseria, con le proprie mani si finirono[24]. Se invece dell'io, che vuol dire un uomo, tu avesti fatto echeggiare queste balze del noi, che denota popolo, tu avresti veduto squagliare i cuori dei tirolesi come le nevi dei loro monti al tepore di maggio. E, se ti piace di saperla intera, io ti dirò che altre volte fu abbandonato dalle armi nostre il Tirolo, nè si desidera adesso, perchè in Trento un dì fu sciorinata la bandiera rossa, dalla monarchia meritamente odiata, come quella che presente in lei il suo lenzuolo funerario.... sacra sindone nel senso di esecrabile.

Curio stette un bel pezzo con la faccia china, come per aspettare il fine della lotta fra il sì e il no, che si combatteva dentro di lui; per ultimo sospirando disse:

— Ben vedo, Filippo mio, come il mondo morale al pari del mondo fisico si componga di elementi che si accozzano insieme coll'armonia di tante bestie feroci legate ad una medesima catena; necessità li costringe; così quando ognuno ne ha balìa, in mare, in terra, in cielo, dappertutto combatte. Lo spirito di Caino rimugina pel creato... e guarda, Filippo, mentre noi ragionavamo, come apparisce affatto mutato l'aspetto del cielo: le nuvole turbinano pel remolino di venti contrari, poi di corsa ruinano all'assalto dei monti, respinte si ammonticchiano, si rannodano e tornano alle offese; lacerate fuggono, ma indi a poca distanza essendo occorse in un altro grosso battaglione di nugoli neri, si congiungono con quello: ecco di nuovo le tenebre si spandono sul creato; e ricomincia la zuffa: dal cozzo terribile ecco prorompere lampi, tuoni ed acqua a scroscio, appunto come dallo affrontarsi degli eserciti il baleno e lo strepito delle armi abbarbaglia ed introna: anche il fumo delle polveri abbuia ogni cosa, e il sangue piove come acqua ad inondare la terra. Questo lago, dove un'ora fa una fanciulla si sarebbe specchiata per accomodarsi i capelli, comincia a sentirsi agitato dalle furie e si apparecchia ad emulare i furori del cielo. Le onde commosse a qualche poeta parvero cavalli che si urtino in giostra; ad altri diedero immagine di un esercito, il quale, disperato della vittoria, raccolga la sua virtù per trovare morte gloriosa e vendetta, precipitandosi a flagellare la spiaggia: per me in coteste lacere spume, negli spruzzi fischianti, nello irrequieto sollevarsi ed abbassarsi dei sonagli; vedo il fiero gruppo di Laocoonte, dei figli e dei serpenti: capi di uomini, capi di serpi convulsi d'ira, di pietà, di rabbia, scontorcimenti smaniosi ed urli disperati. E tu, o rôcca di Anfo, che comparisti pur dianzi agli occhi miei quasi il genio del luogo qui posto dalla natura a custodire le bellezze severe della Lombardia; fiore dell'Idro aperto ad ospitare nel tuo calice due cuori amanti, che promettevi di essere cortese di brezze vitali, di riposo e di oblio, deh! perchè mai, veduta da presso, mi scuoti dal cervello tutta questa polvere di poesia con la bacchetta di un caporale tedesco? Ecco: tra le tue due porte miro appuntato un grosso cannone; le cento feritoie pei moschetti ti guardano sinistre come gli occhi del basilisco; le artiglierie disposte attorno ai parapetti in cima la ricingono di una fiera ghirlanda... il bel fiore dell'Idro ha preso l'aspetto della morte ornata da nozze...

Mentre Curio andava a quel modo fantasticando (a venti anni possiamo esser poeti, senza incorrere in trasgressione) ecco passare una carrozza in mezzo ad un nugolo di polvere, e trarle dietro una frotta di persone veloce e acclamante: