Però a noi importa accennare come il Garibaldi, avendo giudicato opportuno aprirsi il varco sopra Riva, gli bisognasse impadronirsi di tutta la strada dal Caffaro ad Ampola: ora questa strada va munita di quattro fortilizi, che giova in succinto descrivere. Lardaro, nella valle delle Giudicarie a sinistra del fiume Chiese, armato di sedici cannoni chiude la via di Brescia per a Trento. Tra Condino e Tiane, risalendo il fiume Adana, s'incontra il gruppo di tre fortini chiamato Renegler; il primo detto Vegler è munito di sei cannoni e di un muro bucato di feritoie da cima in fondo, disposto ottimamente pel sicuro trarre della moschetteria; procedere oltre il fortino nella strada pubblica non si può, perchè ella passa appunto nel mezzo del fortino mediante la sua porta maestra: appellano il secondo Dazzolino, il quale presenta una torre con sei grossi cannoni, che guarda la valle delle Giudicarie: il terzo finalmente, nominato Larino, è un ammasso di rocce per altezza formidabile a ponente dell'Adana, donde vigilano la difesa del ponte di Cimego. Fra i monti Fustac e Cecina il forte Ampola chiude la valle; il forte Teodosio sorge nel mezzo della valle di Ledro, sulla via postale che mena a Riva, anche egli munito di gallerie e feritoie, scavate nella roccia, per bersagliare al coperto.
Il generale Garibaldi, nello intento di venire a capo della impresa, inviava gente, la quale, riuscendo dalla parte del monte Nota e di Lamone in val di Ledro, girasse la posizione; ma gli austriaci, accortisi del concetto del Garibaldi, con molta mano di soldati condotti dal generale Kaim assaltano con subite mosse i garibaldini su tutta la linea. Nella notte dal 15 al 16 luglio i cacciatori tirolesi presero a fulminare i nostri da Rocca Pagana e dalle alture di Storo, pur troppo con jattura inestimabile a cagione dell'eccellenza delle armi, altre volte avvertita. Un'altra colonna austriaca non meno gagliarda della prima si industriava avviluppare la sinistra dei volontari fra Condino e Cimego.
I garibaldini, sempre pari a sè stessi, si arrampicano su per le schegge delle pendici a fine di sloggiarne il nemico che riparato, a man salva dalla lontana li ammazza, e tanto sembra lo favorisca la fortuna, da potere in breve rompere la comunicazione fra Storo e Condino. Non volgevano poi sorti migliori alla vanguardia dei volontari venuta a zuffa mortale colla colonna austriaca uscita da Daone sulla destra del Chiese, e co' cacciatori tirolesi, i quali la straziavano con le infallibili carabine dalla sponda sinistra di cotesto fiume.
Accadde qui che uno di quei condottieri piovuti sul capo a Garibaldi, come talora piovono dal cielo ranocchi nel mese di luglio, ordinò a parte dei mal capitati commessi alla sua guida, valicassero il Chiese per combattere gli austriaci attelati sulla opposta sponda; non pochi, prima di agguantare la riva, travolti dalla corrente rovinosa del fiume, perirono; quei che passarono ebbero ad attaccarsi alle crepe delle rupi a mo' di tarantole; per la qual cosa, come il nuovo capitano potesse sperare che contrasterebbero a cui di sopra li bersagliava a piè fermo e con le braccia libere, non si comprende.
Taluni, e non erano i più miserandi, uccisi capitombolavano in molto orribile maniera; davano maggiore affanno i feriti, i quali non potendo aggrapparsi, ruzzolando, rompevansi di scheggia in ischeggia, con istridi da fendere il cuore. Rigagnoli di sangue correvano coteste bricche: non fu possibile mantenersi lassù; costretti a salvarsi, tracollarono giù a corpo perso: infuriava sopra la testa loro una paurosa grandine di palle; alcune di queste, rimbalzando dalle pareti del monte o dai massi del fiume, ferivano orizzontalmente, o di sotto in su: come pesci guizzavano su le acque; come vipere sibilavano per l'aria. Il fiume avaro esigeva pel ritorno maggiore pedaggio di affogati che per l'andata: non ci fu penuria di casi pietosissimi: amici che non vollero abbandonare amici, tuttochè spiranti o morti si fossero; e surti appena alla opposta riva del fiume, percossi da una medesima palla, sparivano nelle onde rovinose. Due fratelli, l'uno dell'altro innamorati, non ebbero altro conforto che annegare abbracciati. Più oltre il buon maggiore Lombardi, salito su di un argine, mentre con voce e con cenni anima i suoi a tenere il piè fermo, rotto nel cuore da palla tirolese, tombola annaspando con le mani e muore senza dire un fiato. Tale il destino della guerra; ma perire così senza costrutto, per colpa di un grullo, è amaro. Per funebre elogio al maggiore Lombardi basti dire che fu di Brescia; ella madre degna di tanto figlio; egli di tale e tanta madre degnissimo.
Trovando questi mal condotti chiusa allo scampo ogni via, tutti quelli che non valsero a traghettare per la seconda volta il fiume si arresero a quartiere. Pareva ormai battaglia perduta, e non fu così, in grazia degli estremi sforzi operati dal Garibaldi e dal maggiore Dogliotti, il quale così bene si valse dei suoi cannoni messi in batteria, che sgominò e costrinse i nemici a ritirarsi oltre a Cologna. Cara vittoria fu quella, ma fra le alpi tirolesi non si vince che a prezzo di sangue; però che sia mestieri col petto scoperto farci contro a nemico riparato da boschi, da rupi e da ogni maniera di difese naturali, ovvero dall'arte di lunga mano allestite.
Intanto chiunque voglia sapere che cosa valgano i nostri artiglieri, e ne tragga auspicî di avvenire meno inglorioso dei tempi passati, dove la insolenza altrui ci chiamasse alle armi, io glielo dirò con le parole di un giovane che fu parte di coteste avventure e le narrò, tacendo per modestia il suo nome:
«Ci sdraiammo su l'erba e raccontammo noi pure le nostre peripezie. Il sole volgeva al tramonto e andava adagio adagio a nascondersi dietro le montagne, le quali si colorivano di una tinta rossastra, pigliando le forme spiccate che vediamo anche noi ne' nostri monti al finire di una serena giornata, e quando il cielo è tutto sgombro di nuvole. Su, su in lontananza, al riflesso degli ultimi raggi del sole, brillavano di luce abbagliante le carabine dei fuggitivi, e si distinguevano anco ad occhio nudo le torme bianche ed azzurre della fanteria e dei tirolesi. Quando ecco, mentre ce ne stiamo là chiacchierando e riposandoci, un frastuono infernale ci fa saltare tutti in piedi, e sentiamo sulle nostre teste il fischio rumoroso di una granata: «Non è nulla!» esclama un garibaldino: «è un cannone puntato qui a venti passi che scarica sopra la nostra testa.» Corremmo tutti nella strada, dove infatti tre o quattro cannoni incominciarono uno dopo l'altro una musica stupenda.
«Fu spettacolo bellissimo. Gli artiglieri stavano impassibili, silenziosi, attenti al comando. Un caporale pigliava la mira, ed ogni volta che vedeva sui monti a 1600 o 2000 metri di distanza un brulichio di tedeschi, si allontanava due passi e gridava: fuoco! Il cannone sparava e la botta era sempre sicura. Si vedeva cotesta massa sbaragliarsi, e saltare in aria tronchi di albero e terra sommossa. Noi maravigliati battevamo fragorosamente le mani.
«A un tratto si sente venire a corsa un cavallo: era un maggiore di artiglieria, che aveva saputo come di là dal fiume, nella chiesina dove stemmo la notte innanzi appiattati noi altri, ci stessero appiattati moltissimi austriaci: per verificarlo ordinò caricassero le artiglierie a palla; poi, voltosi al caporale, gli dice: «Cercate subito di mettere una palla sul lato destro della chiesa: se ci sono hanno da venir fuori.» La distanza era molta, e ci pareva impossibile che il colpo avesse a riuscire per lo appunto come il maggiore voleva.