— Ebbene, favellò uno della brigata, tu hai da sapere, che ci era una volta un re.... no un Cadolini ciurmato colonnello....

— Ho capito, interruppe Curio, ne abbiamo buscate?

— O che discorso è questo, disse un altro; o che forse il Cadolini è un codardo?

— No davvero: per me sostengo, rispose Curio, che, rispetto a cuore, egli può reggere il confronto con qualunque altro italiano; quanto a cervello poi, sostengo del pari che a riporlo in un guscio di noce, ci ciottolerebbe dentro; per giunta permaloso e testardo, che è uno sfinimento.

— Dunque non vuoi saperne di più?

— Al contrario, parla.

— Ebbene, da' retta. Su le alture di Vezza gli austriaci si mostrano numerosi e pronti alle offese; molti possono essere i loro fini; il più prossimo percotere di fianco la colonna del Guicciardi; colà furono mandati i maggiori Castellini e Caldesi, nel comando uguali, nei concetti e nell'indole dissimili, per non dire contrari, però alieni da soccorrersi a vicenda. Hai da sapere come il Castellini, lasciata solo una compagnia di soldati a Vezza, sotto gli ordini del capitano Malagrida, aveva dato indietro riparandosi nelle linee trincerate. Il Caldesi, considerando come fosse peggio che pericoloso lasciare così allo scoperto cotesta compagnia, comanda al Malagrida che anch'egli si riduca dentro le trincere; il Malagrida ubbidisce: allora il maggiore Castellini pieno di rovello, tal che pareva il diavolo lo portasse via, tempesta il Malagrida affinchè rifaccia i passi e torni ad occupare Vezza; il Malagrida ubbidisce; se non che nel frattempo era accaduto un caso: gli austriaci avevano preso Vezza; però accolsero la compagnia del Malagrida con un nugolo di moschettate a pennello aggiustate: la compagnia rimase scema del tenente Prada ferito a morte. Il Castellini, vista la mala parata, invia a rincalzarlo a destra una compagnia col capitano Adamoli, a sinistra una mezza compagnia condotta dal Travelli; gli austriaci non le aspettano, bensì sortono da Vezza a far giornata; il Castellini piglia seco le tre compagnie e va a gloria contro il nemico, respingendolo nel primo impeto fin sotto Vezza. Qui bisogna confessarlo: se il Castellini fosse stato sovvenuto dal Caldesi, vinceva; lo lasciarono solo. Ne fu cagione il maledetto screzio sorto fra loro di tenere Vezza, ovvero abbandonarla: più sicuro il partito del Caldesi, quello del Castellini più generoso; però il Caldesi con le sue compagnie non si mosse. Per vincere uniti, il Castellini ed il Caldesi non avevano mestieri operare miracoli, e ce ne fosse stato bisogno i garibaldini erano usi a farne. Ed invero il colonnello Cadolini ed il capitano Oliva non bandirono che, se le munizioni non avessero fatto difetto, avrebbe vinto Castellini? dunque perchè il Caldesi non lo aiutò? — I volontari fin lì non balenarono: occhio per occhio, dente per dente; pure il Castellini, non per crescere l'ardore dei suoi, che questo sarebbe stato impossibile, bensì per mantenerlo vivo, ecco, brandita la sciabola si mette alla testa dei soldati, gridando: Avanti! Una palla lo colpisce nel naso: ei se lo fascia alla meglio e continua a gridare: Avanti! Ora una seconda palla gli fora da parte a parte il braccio sinistro, ma non per questo gli viene meno l'ardimento, e insiste a dire: Avanti! Una terza palla lo ferisce in mezzo al petto, ed egli casca per non rilevarsi più, gorgogliando sangue dalla bocca; nel punto stesso gli muore accanto il capitano Frigerio. Onore ai caduti! Lombardi entrambi; il primo padre di quattro figliuoli; l'altro giovane ricco di virtù e di censo: per ora no, che il fumo dei turiboli presi a nolo leva la vista, più tardi il primato del valore sarà deferito alla Lombardia, la quale non so se meriti maggior lode o per quello che ha fatto, o per quello che non ha chiesto. Gli austriaci arrivavano bene a quattromila, e noi non eravamo seicento, ma ci ritirammo; ci dissero per consolarci che la nostra fu ritirata solenne, e aggiunsero altresì che i nemici ci sbraciarono un sacco di lodi: senapismi ai piedi! rettorica stantia! Peggio di tutto quel cavare vanto (come i nostri guidaioli fecero) dallo avere noi ripreso le posizioni che avevamo prima. Bella forza! le ripigliammo perchè gli austriaci se ne andarono via: riacquistammo coi piedi quanto ci tolsero colle braccia...

— Parte il Pedranzini!

Appena fu udita questa voce, la taverna rimase deserta in un attimo: taluni, per troppa fretta di uscire, cozzarono insieme riportandone sconce ammaccature.

Curio e Filippo, presentendo vicino qualche fatto d'arme, tolto a nolo un mulo ed un cavallo si affrettano verso il campo. Di fatti, mentre eglino si trattenevano per via, erano successi scontri terribili con danno ed uccisione dei nostri, dai quali uscimmo sempre vittoriosi mercè la virtù del Garibaldi e degli eroici compagni suoi. Non è scopo nostro raccontarli; dove più, dove meno, esattamente occorrono descritti in parecchi libri; e piacesse a Dio che come molti furono a scriverli, così molti pure fossero a leggerli; ma la più parte degli italiani incuriosa gli ha dimenticati, nè le preme che altri glieli rammenti: bisogna avere il coraggio di confessarlo addirittura: se gli italiani hanno levato una gamba dall'avello, a levarci anco l'altra par loro fatica; morti non sono più, ma neanco vivi.