— Ebbene, storto il collo, gemè lo interessato, io prometto l'anima di chi primo passerà il ponte. — Chiuse gli occhi, aperse gli occhi, e il ponte era finito.
Il diavolo andò dall'altra parte del ponte aspettando l'innamorato al passo come una lepre, ma questi allora comincia a dare spesa al suo cervello, e pensa a cosa, che neppure era cascata in mente al diavolo: — To', egli diceva, se io passo mi trovo ad avere pescato pel proconsolo, perdo l'anima, e a casa della dama non ci vado. Allora pensa una nuova malizia; va a casa il curato, e grida di strada: oe, oe, ecci il curato? — Che si vuole dal curato? E chi siete voi? — Quegli disse il nome e aggiunse: Presto, venga via che di là dal fiume è in procinto di morte Girolamo d'Andreis e vuole confessarsi a voi. — O come volete che a quest'ora bruciata mi metta giù tra questi scavezzacolli e mi arrischi a guazzare l'Adda di notte? — Se gli è per questo non si rimanga, che qui oltre hanno fabbricato un ponte e vostra reverenza potrà passare da una sponda all'altra, come dalla canonica in chiesa. — O come mai? E chi ce l'ha fatto? Ce l'ha fatto sua maestà l'imperatore Francesco? — Venga e vedrà. — Vengo, vengo; piglio la pipa, l'olio santo e l'ombrello e vengo via. — Andò, maravigliò, e passò; l'innamorato rimase a sbirciare di qua dal fiume: intanto la notte era diventata buia; il diavolo sente il rumore dei passi e dice: Attenti, eccolo il bindolo; ora te la darò io per avermi fatto aspettare tanto. Stende le braccia, acciuffa il curato e gli dà una zannata; per ventura mise il dente sulla scatola dell'olio santo e la stiantò di netto; l'olio santo gli si sparse in bocca. — Puh! che puzzo! questa è roba da preti e questa è anima di prete; sa di salvatico e non mi basterebbe a digerirla un mese, tanto ha il salcigno addosso. — E presi alla rinfusa anima e corpo del curato, pipa, olio santo e ombrello, li scaraventò giù nell'Adda, scappando via scornato tra un nugolo di fuoco e di zolfo. Ecco come il diavolo fu gabbato e il ponte costruito. I superiori ordinarono passassimo il ponte notte tempo e senza fiatare; prima di metterci il piede, chi si fece il segno della croce, chi no; tutti tenevano il dito sul cane dello schioppo alzato; non trovammo inciampi; silenzio perfetto. Avanti con coraggio, ci sussurravano sommesso: gli esploratori hanno percorso fino a Ceppina e non avvisano incontro; rumore di spari non si sente; gli austriaci o non occuparono, o sgombrarono i passi. O va' che la indovinava! Allo improvviso giù sul capo ci si rovescia uno acquazzone di fucilate e di racchette; chi le mandava? Veruno si accorgeva della presenza del nemico: le rupi, le roccie, i macigni, le piante balenavano... e noi? Noi, signori, scappammo. Che cosa vi dirò io? La sorpresa, la notte, il numero, e se voi signori avete in pronto qualche altra scusa, vi prego a prestarmela... ma rimarrà pur sempre posto in sodo che noi scappammo. Ora, signori, tenete bene a mente quello che sono per dirvi: capaci di confessare la fuga sono solo quelli che si sentono forti a ricattarsi, e noi ci ricattammo per virtù del nostro colonnello Guicciardi, una perla di uomo, il quale ci disse: Giovanotti, tutte le ciambelle non riescono col buco; su dunque da bravi, ed a quest'altra bellissima ottava. Puntuali gli ordini, celere la obbedienza; di faccia agli austriaci inseguenti sorge un colle; a questo ripariamo e su questo il colonnello ci postò in due colonne a catena; un po' più indietro le artiglierie col sergente Baiotto, il quale noi diciamo che val per otto; difatti ha il compasso dentro gli occhi. Quando gli austriaci vennero a tiro, pensate se li servimmo a dovere; fortuna anco volle che una nostra granata scoppiasse in mezzo al ponte, giusto allora che essi si affrettavano a traversarlo; cinque o sei ne rimasero infranti, gli altri si sgominarono. Baiotto picchiò e ripicchiò coi cannoni, talchè pareva il maestro di cappella che batte la solfa sul leggìo. Gli austriaci, fatta la prova che ad ostinarsi a rimaner lì, gli era come esporsi alla pioggia senza ombrello, tornarono indietro più presto che non erano venuti avanti; così avemmo tregua; ma questo non bastava.
Il nostro Guicciardi, che è nato capitano calzato e vestito, il giorno innanzi aveva mandato una colonna condotta dal capitano Zambelli e dal nostro Pedranzini, affinchè, girato Bormio, salisse la ghiacciaia del Reit, e quinci tentasse scendere sulle alture soprastanti la strada dello Stelvio, onde tagliare la ritirata agli Austriaci fra la prima cantoniera e la seconda galleria: fatica lunga e piena di pericolo. Una seconda colonna ebbe ordine seguitasse la prima fino alla salita del Reit, lì da lei si partisse, e si conducesse ad agguatarsi nel bosco fra Bormio e i Bagni vecchi. La colonna terza guidava il Rizzardi, il quale fino a Ceppina doveva camminare di conserva con la prima e la seconda colonna; a Ceppina lasciarle per ascendere il monte a sinistra, e girare alle spalle del nemico verso il passo del Fraele, comparendo poi all'improvviso sul sentiero che domina i Bagni vecchi e la strada dello Stelvio. Ancora, furono inviati sessanta uomini di avanguardia, affinchè si appiattassero a Ceppina per tenere d'occhio i movimenti del nemico, e porgerne avviso con velocissimi messi; se assaliti da forze soperchianti, ripiegassero verso le Prese. Quanto restava di forza, cioè il battaglione 44º, alle due del mattino si mise in marcia dalle Prese per rinforzare l'antiguardo; e anche a quello comandarono procedesse più che poteva celato. Intendimento del colonnello era assalire franco i Bagni vecchi pel piano di Bormio, sicuro appena che le colonne si fossero trovate al posto; e questo, a giudizio dei savi, fu un tiro da generale proprio co' fiocchi: però tutte le cose non andarono per filo di sinopia, e bisognava aspettarcelo a cagione dei calli infernali, del buio e del freddo ladro. L'avanguardia dei 60 uomini, invece di fermarsi alla Ceppina, secondo il concertato, volle procedere oltre in compagnia del Rizzardi: il battaglione 44º gingillò un'ora e mezzo a mettersi in marcia. Dopo l'avvisaglia del Ponte del Diavolo, il colonnello pendeva incerto sul da farsi; fin verso il mezzodì non gli giunsero novelle dagli esploratori; le prime che vennero poi piene di paura. Duecento e più austriaci in procinto di mostrarsi sulle alture dal lato della valle di Viola: una colonna di fumo dalle cime dei gioghi opposti era tenuto indizio di altra colonna nemica in procinto di entrare in battaglia: da per tutto sgomento; parecchi uffiziali, e dei buoni, consigliano la ritirata; ma il Guicciardi lì fermo come i suoi monti, e bene avvisò: più tardi informato meglio conobbe: le tre colonne salve e prossime alle posizioni che dovevano occupare: gli austriaci respinti al Ponte del Diavolo ritirarsi alla dirotta: il sospetto di rimanere circondati dal nemico follìa. Scorti appena gli austriaci ai Bagni vecchi, corremmo ad assalirli da quattro lati; gli austriaci disposti a schifare battaglia davano indietro, e per noi era un vero crepacuore a vederceli guizzare di mano così, però che veruna delle tre colonne fosse proprio giunta al posto, ed anco lo Zambelli si trovava alquanto in ritardo. Il nemico per salvarsi dalle molestie appicca il fuoco al ponte della galleria; noi ci corriamo sopra, calpestandolo lo spengiamo, e sempre alle costole dei nemici fino alla prima cantoniera: qui parecchi dei fuggenti voltano faccia, ed avvantaggiati dai luoghi adatti per le difese, prendono a menare le mani, mentre gli altri affrettano il passo. Ecco il capitano Pedranzini con tanto di lingua fuori arriva sul Reit, si affaccia e mira gli austriaci sbucare dalla prima cantoniera per ripararsi nella seconda, e quindi ai gioghi dello Stelvio.
— Ah! mi scappano, urlò, e poi, senza dire nè uno nè due, sdraiato supino si lasciò andare giù a corpo perso per la ghiacciaia soprastante alla posizione del Diroccamento; noi con le mani chiudemmo gli occhi; quando gli riaprimmo mirammo il capitano balzare in piedi, che era giunto in fondo co' calzoni in brandelli, ma col corpo intero, e l'anima ancor più: impugnato il revolver, si slancia dentro la grotta con gran voce esclamando: Giù le armi, o siete morti tutti! — Era solo: una cinquantina dei suoi compagni, vergognando di abbandonarlo, e tratti fuori di sè dallo esempio eroico, giù anch'essi a mo' di muffli dalla ghiacciaia per sovvenirlo. Come Dio volle giunsero prima che gli austriaci, rinvenendo dallo sbalordimento, gli sparassero addosso. Dalla parte opposta i nostri, espugnate le difese della imboccatura, penetrano a volta loro nella cantoniera; il nemico, preso in mezzo a due fuochi, chiede ed ottiene quartiere. Di più non potemmo fare; abbiamo combattuto venti ore senza prendere fiato, e ci fu gloria avere conseguito in un giorno solo quello che cinquemila uomini in due mesi di travaglio non poterono ottenere; e gloria anco maggiore ci fu mostrare al mondo come pochi cittadini sappiano difendere il proprio paese più e meglio delle milizie stanziali, schianta famiglie, scudo di cartone in guerra, grandine di manette di ferro in pace.
Filippo, udendo queste notizie, tutto esaltato proruppe, levato il bicchiere colmo:
— Se queste fossero le guerre della repubblica francese del 1792, anco per noi sarebbe nato un Hoche. — Piaccia alla fortuna non farlo affunghire sotto la religione dei regi capitani.... ad ogni modo bevo per questo animoso; pari in altezza di spiriti all'antico Curzio, ma più avventurato di lui.
Quietatosi lo schiamazzo, Curio a sua volta interrogò:
— E al Tonale non fu combattuto?
— E donde vieni? Dalla China? Saresti a caso uno dei Sette dormienti? Anzi lo sei addirittura.
— Beffatemi quanto vi piace, a patto che vogliate istruirmi: nè a voi, nè a me giova raccontarvi le cagioni, ond'io ignoro tutto quello che fu operato in questi ultimi giorni; vi basti che io lo ignoro, e che brucio saperlo.