Ma la battaglia non era stata niente affatto perduta; all'opposto fu riguadagnata, ed ecco come. Dovete sapere come il generale Garibaldi, respinto da Bezzecca, non si potesse dar pace di aversi a riparare in Tiarno. Sostenuto sempre sopra le braccia dei suoi, scese di carrozza e si pose a sedere sopra una ruota di carretto da cannone in sembianza di uomo il quale volga in mente un pensiero unico, la morte. In silenzio lo circondano i suoi aiutanti, non meno di lui compresi di amarezza e di dolore. Al maggiore Dogliotti, il quale in cotesta impresa davvero fu l'Aiace, non sofferse l'animo accomodarsi alla fortuna del giorno:

Nè di fato gli cal, nè di fortuna

Nè di sè molto, forte nacque, e pugna;

epperò tra reverente ed audace accostatosi al Generale, in questa sentenza gli favellò:

— La disciplina vieta che io non chiesto metta fuori consigli; ma tanto è, io non posso astenermi di farvi osservare, signor Generale, come cotesto non sia il vostro posto.

— Perchè? rispose sorridendo mesto il Garibaldi; forse ogni luogo non è buono per morire?

— No, che non è buono, soggiunse il maggiore, perchè qui si tratta salvare un cannone, quindi se tale ha disposto la fortuna, qui devono morire coloro che hanno in custodia i cannoni: voi, che avete in custodia lo esercito, dovete trovarvi colà dove si tratta salvare o perdere l'esercito, e salvarvi o perire con lui.

— Lasciatemi in pace.

— Mi punirete più tardi, ma intanto voi, Generale, non mi potete impedire di portarvi via di qua.

Il Garibaldi udendo sì fatte parole si leva in piedi, guarda a stracciasacco il maggiore, ma poi cagliando torna a giacersi, e stride piuttosto che favelli: